Ilva: trecento giorni di disputa giudiziaria

Dalla prima ordinanza, bloccare l’Ilva, fino agli ultimi sequestri miliardari fra Taranto e Milano

Emilio Riva, fondatore di Ilva (Credits: Imagoeconomica - Ansa)

26 luglio 2012
Il gip di Taranto Patrizia Todisco dispone il sequestro «senza facoltà d’uso» dello stabilimento siderurgico Ilva. L’accusa è disastro ambientale: nel provvedimento il gip scrive che l’azienda inquina da anni e pone a rischio la salute dei cittadini. Ordina gli arresti di due azionisti, Emilio e Nicola Riva, e di sei top manager; l’Ilva, 8 milioni di tonnellate l’anno, deve bloccarsi.

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7 agosto
Il Tribunale del riesame stabilisce che l’Ilva non debba fermarsi e incarica il neopresidente dell’azienda, Bruno Ferrante(che nomina «custode giudiziale»), di garantire la sicurezza degli impianti produttivi e il risanamento dell’area.

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10-11 agosto
Il giudice Todisco ordina nuovamente che l’Ilva si fermi e sottrae a Bruno Ferrante il ruolo di custode giudiziale.

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28 agosto
Il Tribunale del riesame restituisce a Ferrante il ruolo di custode giudiziale.

18 settembre 2012
Ferrante presenta un piano da 400 milioni di euro, teso a «ridurre le emissioni di polveri sottili del 70-90 per cento».

26 novembre
Il gip Todisco dispone il sequestro del prodotto finito e semilavorato giacente sulle banchine dell’Ilva (1,8 milioni di tonnellate d’acciaio, valore stimato 1 miliardo) perché «frutto degli impianti sotto sequestro». Il gip ordina poi di vendere il prodotto: il ricavato andrà posto su un conto controllato dall’autorità giudiziaria.

3 dicembre
Il governo Monti vara il decreto legge 207 sull’Ilva: per 36 mesi l’azienda sarà «in ogni caso autorizzata alla prosecuzione dell’attività produttiva e alla commercializzazione del prodotto». Viene anche nominato un «garante», Vitaliano Esposito: dovrà vigilare sull’attuazione della protezione ambientale.

5 dicembre
La Procura di Taranto restituisce gli impianti all’Ilva, ma il gip Todisco rigetta l’istanza di dissequestro sui prodotti sequestrati in novembre.

24 dicembre
Il decreto legge 207 viene approvato dal Parlamento e diventa legge dello Stato con il numero 231. Con il provvedimento l’Ilva viene autorizzata anche a commercializzare i prodotti sequestrati in novembre.

31 dicembre
La Procura di Taranto presenta alla Corte costituzionale un ricorso per conflitto di attribuzione nei confronti del governo Monti sulla legge 231.

15 gennaio 2013
Il giudice Todisco solleva una questione di legittimità costituzionale sulla legge 231: sarebbe «in stridente contrasto con il principio costituzionale della separazione tra poteri dello Stato».

13 febbraio
La Consulta giudica non ammissibile il ricorso sul conflitto d’attribuzione, ritenendolo superato dalla questione di legittimità costituzionale.

14 febbraio
Il gip Todisco autorizza la vendita (per 800 milioni di euro) dell’acciaio Ilva sequestrato in novembre.

18 marzo
Il Tribunale del riesame di Taranto blocca la vendita delle merci sequestrate all’Ilva perché è in contrasto con la legge 231.

9 aprile
Rigettando la richiesta del Tribunale di Taranto, la Corte costituzionale sentenzia che la legge 231 è costituzionale.

22 maggio
La Procura di Milano indaga i Riva per truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni: i proprietari dell’Ilva avrebbero indebitamente sottratto 1,2 miliardi di euro alla finanziaria di famiglia, la Riva Fire, per trasferirli all’estero evitando così di investirli nelle bonifiche ambientali.

24 maggio
A Taranto il gip Todisco dispone un sequestro di 8,1 miliardi di euro sul patrimonio della famiglia Riva: il valore è stabilito come equivalente ai danni provocati all’ambiente. Il gip sostiene infatti che la legge 231 non esiga dall’Ilva «adeguate garanzie finanziarie» per gli investimenti di ripristino  ambientale. E la cifra potrebbe salire.

25 maggio
Si dimettono per protesta i vertici dell’Ilva, Ferrante ed Enrico Bondi (amministratore delegato da un mese). Il 5 giugno l’assemblea degli azionisti dovrà decidere sulle loro dimissioni.

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27-28 maggio
L’Ilva si oppone ai due sequestri e in una nota denuncia che è a rischio la «continuità aziendale», un fatto che «minaccia il lavoro di 20 mila addetti  diretti e di altri 20 mila nell’indotto a Taranto». Si dimettono 30 capi reparto, preoccupati di essere coinvolti nelle accuse sui mancati controlli ambientali: così la paralisi si avvicina. E si fa strada l’ipotesi di un commissariamento.

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