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Ilva, le responsabilità dei Riva e della procura

Le ragioni della magistratura e dell'azienda. Il Governo cerca una soluzione per i 1400 operai di Riva Acciaio

Gli operai dell'Ilva chiedono certezze sul proprio futuro (Credits: DONATO FASANO/AFP/GettyImages)

Chi sperava in un settembre meno caldo è rimasto deluso: l’Ilva resta impantanata e lo scontro tra la magistratura e la famiglia Riva è sempre aspro. Da una parte la procura di Taranto ha deciso un ulteriore sequestro di beni, conti correnti e partecipazioni azionarie dei Riva. Dall’altra l’azienda, che afferma di non poter mandare avanti la propria attività a causa del blocco dei fondi necessari per il pagamento di utenze, fornitori e stipendi. In mezzo il Governo che cerca una soluzione, forse già nel consiglio dei Ministri di domani, per riportare al lavoro i 1.400 operai dei sette stabilimenti chiusi dal gruppo.

Franco Sebastio, procuratore della Repubblica di Taranto, difende l’operato della magistratura tarantina, che si è assunta la responsabilità di aver dato seguito ai sequestri ritenuti necessari all’indagine, e in una nota sostiene che “non è a rischio la continuità produttiva. I beni sequestrati verranno immediatamente affidati all’amministratore giudiziario nominato a suo tempo dal giudice proprio allo scopo di garantire la loro gestione, sì da prevenire effetti negativi sulla prosecuzione dell’attività industriale”. Sebastio aggiunge che “in concreto sono stati attinti cespiti per un importo complessivo di 593,775.657 milioni euro. La parte liquida ammonta a soli 49.094.482 milioni, cioè meno del 10 per cento di quanto sequestrato”.

“Dopo il sequestro non possiamo pagare e il Gruppo Riva non ha nessuna possibilità di utilizzare i beni sequestrati”. Così invece l’azienda, in una nota, a seguito delle dichiarazioni della Procura di Taranto. “Peraltro”, prosegue la società, “in conseguenza del nuovo atto di sequestro, le banche finanziatrici di Riva Acciaio, tornate a riattivare i fidi, ne hanno immediatamente disposto il congelamento totale o la revoca”. Da qui la decisione di mandare a casa 1400 operai di sette stabilimenti della Riva Acciaio. I proprietari ribadiscono l’intenzione di collaborare per “riprendere l’attività nel più breve tempo possibile”, ma il confronto chiarificatore tra Mario Tagarelli, il custode giudiziario, e i vertici dell’azienda non c’è ancora stato. E gli operai restano a casa, una responsabilità di cui l'azienda si assume tutte le conseguenze. Riva Acciaio ha depositato un ricorso presso la Corte di Cassazione “contro il provvedimento di sequestro che lede la nostra autonomia patrimoniale e che riteniamo illegittimo sotto ogni profilo”.

In mezzo, come detto, il Governo che sta lavorando ad una modifica dell’articolo 104 bis che prevede, in caso di sequestro, che “l’amministratore giudiziario abbia a disposizione i beni ma non i soldi, che vanno nel Fondo unico di giustizia”. La strada ipotizzata dal ministro Zanonato va verso un 104 ter: “Quando il sequestro riguarda le attività produttive, il giudice nomina un amministratore che dispone anche dei soldi e che ha il compito di gestire l’attività per garantire la produzione, l’occupazione e il resto”. Una corsa contro il tempo per pagare gli stipendi, far ripartire gli impianti e scongiurare altri ricorsi a strumenti di integrazione salariale. La partita continua.

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