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Economia

Il Patto di stabilità blocca 35 miliardi di investimenti. Ecco perchè i sindaci protestano

Così le regole sulla finanza locale rischiano di strozzare imprese e cittadini.

Un raduno di sindaci leghisti a Treviso (Credits: Ansa)

Ieri, Roberto Maroni non ha usato mezze parole: “i nostri sindaci violeranno il patto di stabilità interno”, ha detto il leader della Lega Nord parlando al No-Imu Day , la manifestazione che il partito del Carroccio ha organizzato a Verona, per protestare contro la nuova imposta municipale unica sugli immobili (di cui oggi scade il termine per il pagamento della prima rata ).
Per lanciare un guanto di sfida al premier Mario Monti, i leghisti hanno dunque scelto di aprire un  fronte di battaglia su uno dei terreni più insidiosi per il governo: quello dei rapporti con gli enti locali di tutta la Penisola che, da tempo (e non solo al Nord) protestano contro i vincoli di bilancio troppo rigidi imposti dall'esecutivo di Roma.

IL PATTO CONTESTATO.

Al centro delle polemiche, c'è ancora una volta il Patto di Stabilità Interno , cioè le regole di finanza pubblica che obbligano i governatori delle Regioni, i presidenti delle Province e soprattutto i sindaci dei Comuni (di qualsiasi colore politico) a tirare pesantemente la cinghia, tenendo a bada le spese per gli investimenti.
La questione del patto di stabilità, a dire il vero, è una storia vecchia, le cui origini risalgono addirittura al 1998. Fu allora che venne approvata una legge, basata su un principio molto semplice che, almeno in teoria, non fa una piega: tutti gli enti locali, dalle Regioni alle Province, fino ai più piccoli Comuni (purché sopra i 5mila abitanti), devono “partecipare agli obiettivi di finanza pubblica”, riducendo il proprio disavanzo e l' indebitamento.

REGOLE POCO ELASTICHE.

Inizialmente, il rispetto del patto di stabilità si è concretizzato in una serie limiti alle spese degli amministratori locali che, in passato, erano spesso troppo di manica larga nelle politiche di bilancio. Queste regole, però, si sono rivelate via via sempre meno elastiche anche perché il governo di Roma,  negli ultimi 5 anni, ha dovuto fronteggiare la crisi economica stabilendo dei vincoli molto stringenti alle uscite degli enti territoriali.

Inoltre, nella sua versione originaria, il patto di stabilità non teneva conto che esistono alcune Regioni, Province e Comuni virtuosi, che hanno i conti in ordine, e molte altre amministrazioni spendaccione, con il bilancio pieno di buchi. Tutti gli enti locali, infatti, venivano messi un po' sullo stesso piano e  assoggettati a regole troppo severe. Per questo, a partire dal 2008, le norme del patto di stabilità sono state leggermente modificate. In sostanza, il governo ha scelto di non mettere sotto osservazione  soltanto le spese degli enti territoriali,  ma anche e soprattutto i loro saldi di bilancio (cioè la differenza tra le entrate e le uscite) che devono essere in linea con i livelli degli anni precedenti e rispettare certi obiettivi prefissati dall'esecutivo .

SPESE CONGELATE.

Benché più flessibili, le nuove regole del patto di stabilità sono rimaste comunque una spina nel fianco dei sindaci e dei governatori, soprattutto per una ragione: le entrate degli enti locali sono a volte un po' ballerine e difficilmente i saldi di bilancio rimangono costanti. Per una piccola amministrazione municipale, per esempio, basta il rilascio di una importante concessione edilizia per far crescere in maniera sensibile il saldo di bilancio, che però è destinato a ridursi negli anni successivi.

Risultato: per rispettare le norme del patto di stabilità, molti sindaci si trovano costretti a congelare  numerose spese già programmate, soprattutto quelle per gli investimenti. Inoltre, non va dimenticato che a tirare la cinghia oggi sono spesso  proprio i sindaci e i governatori più bravi a gestire il bilancio,  che avrebbero molti soldi a disposizione ma non possono spenderli per non infrangere le regole governative. Secondo le stime più accreditate, oggi le amministrazioni territoriali hanno nel  complesso ben 35 miliardi di risorse in cassa, che sono inutilizzabili proprio a causa del patto di stabilità.

EFFETTO DOMINO SULLE IMPRESE.

A pagare lo scotto di questa paralisi, non sono però soltanto i cittadini che attendono invano dal proprio Comune o dalla Regione l'avvio di piccole e grandi opere. Il prezzo più salato  è  a carico delle aziende che lavorano con la pubblica amministrazione (soprattutto quelle attive nel settore dell'edilizia e delle costruzioni). Secondo le stime dell'Ifel (l'istituto per la finanza e l'economia locale che fa capo all'Anci), a causa del patto di stabilità oggi i Comuni non possono pagare ben 11 miliardi di euro  di debiti verso le imprese titolari di appalti pubblici, che si trovano così con l'acqua alla gola. Soltanto in Lombardia le risorse bloccate ammontano oltre 3 miliardi di euro, mentre un altro miliardo è in Veneto e circa 2,8 miliardi nelle regioni meridionali.

LE CONSEGUENZE PER CHI SGARRA.

Per questo, il premier Mario Monti ha avviato nelle settimane scorse un confronto con i Comuni, aprendo alla possibilità di rendere un po' più elastici questi vincoli di bilancio. Intanto, però,  le sanzioni per gli enti locali che non rispettano il patto di stabilità restano severe:  in caso di trasgressioni, la legge prevede infatti una sensibile riduzione dei trasferimenti da parte dello stato centrale, il taglio di alcuni servizi di assistenza oltre al divieto di assumere nuovo personale e di contrarre nuovi  finanziamenti per l'avvio di lavori pubblici. Chissà, dunque, se i comuni leghisti vorranno dare seguito  alla minaccia fatta ieri da Maroni, anche se il prezzo da pagare sarà elevatissimo.

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