Economia

Giacomo Vaciago: "i rating non servono. Fosse per me, le agenzie avrebbero già chiuso i battenti".

Per il noto economista, i giudizi di Moody's fanno soltanto danni. E l'Europa brancola nel buio, per trovare una via di uscita alla crisi.

L'economista Giacomo Vaciago (Credits MATTEO BAZZI / ANSA)

“Agli analisti di Moody's non manca certo una qualità: il tempismo”. Così l'economista Giacomo Vaciago, con la sua consueta ironia, commenta la recente decisione dell'agenzia di rating statunitense di declassare l'Italia, abbassando la valutazione sul nostro debito pubblico di ben due gradini, da A3 a  Baa2.

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Il dowgrade (cioè la revisione al ribasso del giudizio) è giunto  infatti da Moody's poche ore prima dell'asta dei Btp (i Buoni del Tesoro Poliennali) con scadenza nel 2015, collocati questa mattina con un risultato abbastanza positivo: sul mercato è stato infatti piazzato un quantitativo di titoli per 3,5 miliardi di euro (a fronte di una richiesta di 6 miliardi), mentre i rendimenti sono scesi al 4,65% lordo annuo, dal 5,3% dell'asta di giugno.

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“A questo punto, mi domando a cosa servano davvero i rating sui debiti sovrani”, dice Vaciago, “fosse per me, avrebbero le agenzie già chiudo i battenti”.

Dice sul serio, professore?

Assolutamente sì. Mi chiedo semplicemente quali siano l'utilità e il valore aggiunto di certe valutazioni.

In che senso?

Moody's ci informa che le cose vanno male per l'economia. Bella scoperta. Non serviva certo che me lo dicessero gli analisti. Me ne ero già reso conto andando a fare la spesa tutti i giorni e ascoltando le parole dei maggiori i leader italiani e internazionali, dal premier Monti sino alla presidente dell' Fmi, Cristine Lagarde, che fanno a gara a rilasciare dichiarazioni pessimiste.

Non fanno bene?

Direi che il punto più importante non è capire se hanno ragione, ma cosa stanno facendo di concreto i leader internazionali per superare la crisi.

Cosa stanno facendo, secondo lei?

Poco e niente, almeno in Europa. Finora ho sentito soltanto chiacchiere, o quasi.

Addirittura. Non le è piaciuto neppure l'esito dell'ultimo vertice europeo?

No. L'ho scritto anche  in qualche mio editoriale: si è fatto più del previsto, ma molto meno del necessario.

Perché?

Direi che i cittadini europei sono stufi di vedere i governi che annunciano misure risolutive, senza però sapere come e quando e come verranno attuate.

Qualche esempio?

Si parla tanto del fiscal compact e poi si scopre che ci vogliono anni per realizzarlo. Si decide di creare una barriera anti-spread, salvo accorgersi il giorno dopo che alcuni paesi, come l'Olanda e la Finlandia, in realtà non la vogliono. Quello che interessa ai cittadini e ai lavoratori europei è avere risposte concrete dai loro governi già da domani, non nel 2013 o nel 2015.

Che cosa si dovrebbe fare, allora, almeno in Italia?

Il governo ha detto di voler usare i proventi dell'evasione per abbassare le tasse sulle famiglie e le imprese. Bene. Allora lo faccia il prima possibile. Stesso discorso per la spending review: perché ci si limita ridurre il numero delle province? Meglio abolirle del tutto. Occorrono, insomma, più coraggio e decisione.

Lei sembra un po' meno ottimista di qualche mese fa, non è vero?

E' difficile essere ottimista. Siamo in una crisi che dura da 5 anni e che, se andiamo di questo passo, durerà ancora per decenni.

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