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Economia

Franzo Grande Stevens: l'impresa famigliare è come la Chiesa

L’uomo che ha salvato gli Agnelli spiega perché l’impresa familiare è come la Chiesa. Una controrivoluzione attraversa l’Europa per garantire continuità alle aziende.

«Un Michele Ferrero, un Leonardo Del Vecchio, un Luigi Cremonini hanno qualità che altri non hanno, c’è poco da fare». E se lo dice lui, Franzo Grande Stevens, c’è da credergli. Da cinquant’anni fra i giuristi d’impresa più affermati d’Europa, è stato per oltre quattro decenni «l’avvocato dell’Avvocato», cioè il principale consulente di Gianni Agnelli; ha assistito clienti eccellenti come l’Aga Khan, lo Ior e il Vaticano; è autorevole consigliere del gruppo Ferrero e lo studio di cui è tuttora (a 83 anni) presidente onorario conta circa 50 avvocati fra Torino, Milano e Roma.

A fianco della famiglia Agnelli, e con Gianluigi Gabetti, ha anche gestito la discussa operazione dell’equity swap, che permise alla dinastia di conservare il controllo della Fiat dopo la conversione del maxiprestito bancario che la salvò nel 2005. Insomma, Grande Stevens sta all’impresa familiare come il Papa a San Pietro. «Gli uomini che hanno fondato le imprese le amano ben al di là del loro valore patrimoniale» afferma. «Ne ho conosciuti tanti e so per certo che sono catalizzati dall’esigenza di assicurare per le loro creature il futuro migliore».

Grande Stevens non ha mai cercato cattedre universitarie e ha rilasciato due o tre interviste in tutta la sua carriera, per un understatement che attinge più alla matrice britannica (madre) che a quella partenopea (padre) del suo dna. Il suo cavallo di battaglia è l’impresa familiare. Il suo capolavoro risale al 1987, quando per primo in Europa applicò al gruppo Agnelli uno strumento giuridico rivoluzionario, poi adottato da quasi tutti i grandi gruppi economici a controllo familiare: la società in accomandita per azioni, una cassaforte a prova di scalata e di dissidi intestini.

Oggi Grande Stevens è, se non l’autore, certo l’ispiratore di una seconda rivoluzione, che anticipa a Panorama con questa intervista, e che s’impernia su due novità giuridiche che porteranno a una nuova stagione di consolidamenti delle famiglie imprenditoriali, una delle quali è appena stata utilizzata anche da casa Agnelli, nella fusione tra la Fiat Industrial e la Cnh.

Avvocato, quali sono queste due novità?
La più nuova è un perfezionamento del principio dell’accomandita. L’ha appena applicato per la prima volta la famiglia Hermès. Al vertice di quel gruppo c’è ora una società a responsabilità limitata, la Emile Hermès sarl, che è accomandataria della società in accomandita. La sarl naturalmente fa capo al gruppo familiare di riferimento. Insomma, la volontà di chi controlla e vuol continuare a controllare il gruppo è stata racchiusa a un livello superiore a quello dell’originaria accomandita di famiglia, dove forse non era più così sicuro che si potesse continuare a lavorare con stabilità.

Insomma, un sistema di scatole cinesi, di società a responsabilità limitata e in accomandita per azioni...
Consentita dall’ordinamento europeo. E per un obiettivo preciso.

Quale?
L’imprenditore ha due esigenze, e il caso Hermès non fa eccezione: la prima è che la proprietà resti in famiglia; la seconda è che la gestione rimanga affidata a mani capaci, che possono essere anche estranee alla famiglia purché scelte con il criterio meritocratico più rigoroso.

Nel presupposto, da dimostrare, che l’imprenditore sappia valutare il meglio…
Sicuramente ha l’intenzione onesta di farlo. L’imprenditore che ha avuto successo ama la sua azienda perché l’ha creata o comunque ingrandita, potenziata. Quindi non guarda solo al patrimonio, guarda alla stabilità dell’impresa.

Ma perché il meccanismo dell’accomandita dovrebbe garantire stabilità?
Non direi garantire, ma rafforzare le possibilità di ottenerla. Il socio accomandatario è responsabile illimitatamente con il suo patrimonio dei risultati della gestione. Questo scoraggia l’avventurismo. Chi si impegna non può farlo con intenti speculativi, deve mettersi in gioco completamente. Del resto, l’accomandita imita la Chiesa.

Come sarebbe?
Garantisce quel principio di cooptazione che funziona da 2 mila anni e ha permesso alla Chiesa di diventare l’istituzione più longeva e stabile dell’umanità. I soci accomandatari devono essere d’accordo sulla cooptazione di nuovi soggetti.

Ma non bastano i patti di sindacato per tutelare la stabilità di un’impresa?
Si sono dimostrati insufficienti. L’approvazione degli accomandatari in carica è necessaria invece per nominare nuovi accomandatari. Tutti sono responsabili patrimonialmente di quel che fanno. Questo meccanismo garantisce un imbattibile tasso di adesione ai valori, alle finalità aziendali. Quando un soggetto aderente a un patto di sindacato ne viola le regole, può semmai risarcire il danno cagionato, ma gli effetti non vengono cancellati. Nell’accomandita ogni accomandatario risponde personalmente di quel che fa e gli altri accomandatari possono prevenire l’insorgere della scorrettezza, non rettificarla a cose fatte.

Torniamo al caso Hermès: cos’hanno fatto in quel gruppo?
Dopo l’attacco da parte del gruppo Lvmh, nel 2010, la famiglia Dumas, che controlla circa il 70 per cento della Hermès, costituì un’accomandita cui conferì il pacchetto di maggioranza dell’azienda: la chiamò H51 proprio perché controllava il 51 per cento del capitale. Ora il ruolo di socio accomandatario nella H51 è stato attribuito non più a una persona fisica, ma a un’ulteriore accomandita: così si è ulteriormente circoscritto il potere d’indirizzo, e si è riunita una componente maggioritaria della famiglia.

Forse perché cinque mesi fa è mancato Jean-Louis Dumas, e questo ha creato qualche crepa tra i 60 eredi?
Non so. Posso dire però che lo strumento della srl come accomandataria della società in accomandita per azioni ha subito fatto proseliti presso un’altra famiglia storica del capitalismo mondiale, i Rothschild. E aggiungo che la Francia ha un ordinamento molto difensivo nei confronti della proprietà familiare, al quale ha appena aggiunto un secondo istituto determinante.

L’altro strumento innovativo di cui si parla. Di che cosa si tratta?
Il voto doppio per i possessi azionari stabili, di cui si avrà applicazione anche nel caso della fusione tra la Fiat Industrial e la Cnh. Una norma che permette alle società di prevedere nello statuto che i pacchetti azionari posseduti stabilmente, cioè da oltre due anni, dagli stessi proprietari acquistano voto doppio in assemblea. Diritto speciale che perdono se vengono venduti.

Un premio fedeltà?
Sì, che funziona anche in caso di opa, l’offerta pubblica d’acquisto. Che è la vera novità francese, visto che anche in Danimarca, Paesi Bassi e altri stati esiste qualcosa di simile, ma in caso di opa decade. Il pacchetto con voto doppio, invece, in Francia continua a votare per due.

Ma l’Unione Europea consente una norma così dannosa per la contendibilità delle società quotate?
La consente, anzi ha un orientamento favorevole. E non è una novità: la direttiva cui risale è del 2004, ma come sempre lasciava discrezionalità applicative agli stati membri.

Ma alla fine è sano tanto fervore difensivo attorno alle proprietà familiari?
La storia dimostra che il ruolo dell’individuo alla fine sovrasta sempre qualsiasi semplificazione, qualsiasi istituzionalizzazione giuridica. Quindi un’equivalenza granitica tra le imprese familiari e le imprese ben gestite non c’è. Certo, però, queste novità legislative rafforzano l’impresa familiare nel suo ruolo di cardine del sistema. Forse, in mancanza di meglio: perfino Facebook o Google, per parlare di società colossali e fondate da giovanissimi, tutelano la continuità proprietaria con lo strumento delle doppie categorie di azioni. Che poi l’impostazione delle imprese familiari regga, che resista alla globalizzazione, che sia prevalentemente proficua per il futuro delle imprese, beh, dipende dalla qualità delle persone.

Per lei, insomma, l’impresa s’identifica con l’imprenditore che l’ha creata?
Entro certi limiti, sì. L’impresa è l’attività nella quale una persona s’identifica davvero, se ha avuto un particolare successo, e s’innamora del suo lavoro amandolo anche più del patrimonio raccolto. Allora il suo interesse profondo è che l’impresa continui nel tempo con le stesse capacità di successo.

Lei conosce imprenditori così?
Per esempio Michele Ferrero: so bene che non ha interesse solo a conservare il patrimonio, ma a garantire il futuro dell’impresa. Ecco perché uomini come lui devono trovare il modo per assicurarsi che quelli che continuano abbiano lo stesso amore per il lavoro, le stesse capacità e qualità.

La crisi della finanza colpisce più le family company o le public company?
Insisto, dipende dagli uomini. I fattori esterni, il mercato, il credito, la concorrenza sono gli stessi per tutti. Le imprese familiari hanno le loro risorse tipiche, le public company ne hanno altre, ma su tutto prevale il ruolo dei singoli, dei gestori. Che siano imprese familiari o pubbliche, dove il metodo della cooptazione assicura la qualità del management le cose funzionano, altrove meno. Sa qual è una public company molto ben gestita? La Reale mutua di assicurazioni: è una mutua, quindi non ha un padrone tipico, tutti gli assicurati sono soci; e non distribuisce utili, naturalmente. C’è un meccanismo rigorosissimo di cooptazione manageriale. Va avanti benissimo dal 1828.

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