Economia

Fiat vende come nel ’79 quando il top era la 127

La benzina costava 850 lire al litro e stava per iniziare l’era di Cesare Romiti

Lo storico stabilimento Fiat di Mirafiori a Torino (Credits: Imagoeconomica)

Il mercato dell’auto italiano è tornato ai livelli del 1979. La certificazione di questo clamoroso salto all’indietro è arrivata dai dati ufficiali sulle vendite , che nei primi cinque mesi del 2012 hanno fatto registrare un calo del 18,9%, con 814.179 veicoli immatricolati. Un dato che proiettato su dodici mesi, permette di stimare in circa 1.403.000 unità le auto che verranno vendute nell’anno intero, un valore talmente basso che bisogna appunto tornare indietro di 33 anni per ritrovarne uno analogo.

E facciamolo allora questo salto nel tempo, per capire quali differenze e quali analogie ci siano tra l’Italia di quell’epoca e quella attuale, soprattutto dal punto di vista del rapporto con l’automobile.

Diciamo subito che il clima dell’epoca era certamente più infuocato da un punto di vista sociale e politico, e aggiungiamo che il 1979 fu un anno cruciale in campo economico, e in particolare in casa Fiat, per tutti gli sviluppi che si verificheranno negli anni a venire. In Italia innanzitutto, eravamo nel pieno del fenomeno terroristico, che mieteva morti e feriti ogni giorno. Il quadro politico poi, dopo la chiusura dell’esperimento di unità nazionale, iniziato con il tragico rapimento di Aldo Moro, era quanto mai intricato. Nel marzo del 1979 Giulio Andreotti provò a dare vita ad un governo che non ottenne la maggioranza. Il 3 e 4 giugno si tornò dunque alle urne e nell’agosto seguente Francesco Cossiga riuscì a formare un esecutivo che durò fino all’anno successivo.

Ma se la situazione politica era tale, ancora più drammatico appariva il quadro economico del Paese, alle prese con una crisi che aveva tutti i contorni della stagflazione. Nonostante infatti il Pil a fine anno fece segnare una crescita del 5,53%, iniziò una brusca caduta, che di lì a soli due anni fece segnare un flebile +0,67%. Un Paese dunque in grave difficoltà, che doveva fare i conti con un inflazione che si attestava mediamente intorno al 15%, ma con fiammate anche superiori al 20%. Unica consolazione un rapporto debito/Pil che a quei tempi galleggiava ancora tranquillo al di sotto del 60%, ma a cui faceva da contraltare una preoccupante disoccupazione vicina all’8%.

A pesare in maniera determinante su questo scenario era la crisi energetica che si era abbattuta a livello mondiale. Il primo shock petrolifero del 1973-74 aveva improvvisamente innalzato i prezzi del petrolio da due a 10 dollari al barile. Un trend di aumenti con cui gli Stati nazionali dovettero fare i conti per tutti gli altri anni a venire, con in particolare una nuova tremenda impennata che si registrò proprio nel 1979 in occasione del secondo shock petrolifero, con i prezzi del greggio che da quota 21 dollari al barile schizzarono nel breve volgere di un anno a quota 37 dollari. E’ per questo che gli Anni Settanta vengano ricordati come il periodo dell’austerity, soprattutto sul fronte energetico. Cambiarono stili di vita, abitudini, e in particolare proprio l’automobile risentì più di ogni altro prodotto della contrazione dei consumi.

“Nel 1979 – racconta l’economista Giuseppe Berta – i piazzali della Fiat erano pieni di auto invendute, con uno stabilimento come Mirafiori che occupava circa 55mila dipendenti a fronte dei 5mila di oggi”. E questo nonostante il prezzo della benzina fosse fissato a circa 850 lire al litro, circa 40 centesimi dell’euro attuale. “Il problema però – aggiunge Berta – era che i motori consumavano circa 5 volte di più, e dunque circolare era comunque un problema”. Non a caso il modello più venduto nel 1979 divenne la 127, un auto comoda all’epoca per 5 persone e che consumava in media 13,5 km con un litro. Tra l’altro la versione base della Fiat 127 costava poco più di 4 milioni di lire che, attualizzati, equivalgono a circa 12mila euro. “Questo modello – sottolinea Berta – soppiantò nelle vendite la 124 o la 131, che pure continuavano ad essere prodotte, ma che erano state concepite prima degli shock petroliferi e avevano dunque consumi insostenibili per molti italiani”.

Proprio lo stato di profonda crisi in cui versava il mercato dell’auto e di conseguenza la Fiat, portò in casa Lingotto una rivoluzione i cui effetti si sarebbero riverberati per tutti gli Anni Ottanta. “Nel 1979 – spiega Berta - Cesare Romiti, che era in azienda già da qualche anno, chiese alla famiglia Agnelli di fare un passo indietro lasciando spazio al management esterno, visto che c’era il rischio reale di una chiusura dell'azienda. Da qui iniziò un percorso lungo il quale Romiti formò intorno a se una squadra, composta dai Mattioli, dai Calleri, dagli Annibaldi, che in pratica guidarono le sorti dell’azienda negli anni a venire salvandola dal disastro”.

Un percorso molto simile a quello attuale, che si ritrova anche sul fronte dello scontro sindacale. “Nel 1979 – afferma Berta – la Fiat inviò una lettera di licenziamento a 61 operai, accusati di comportamenti violenti, senza mai parlare però esplicitamente di connivenze con il terrorismo. Il sindacato, invece di occuparsi singolarmente dei lavoratori, decise una difesa in blocco. Il risultato fu uno scontro durissimo, dopo il quale tra l’altro, per cinque degli operai furono provati collegamenti con forze eversive”. Anche questo fu per molti osservatori il prologo a quello che sarebbe avvenuto nell’anno seguente. “Il sindacato – sottolinea Berta – decise una strategia di scontro duro, che si risolse con una sonora sconfitta dopo la marcia dei quarantamila del 1980. Anche oggi la Fiom, cercando il conflitto invece del dialogo , potrebbe porre le premesse di un arretramento che sarebbero i lavoratori a pagare, come accadde nel 1980”.

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