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Economia

Fiat: la battaglia di Marchionne contro Volkswagen e i tedeschi

La casa torinese vorrebbe nuovi incentivi europei all'industria dell'auto. Ma la Germania si oppone perché non ne ha bisogno

Sergio Marchionne, con il il presidente Volkswagern Martin Winterkom e il presidente del consiglio di controllo della casa tedesca, Ferdinand Piech (Credits:Alessandro Di Marco/Ansa)

Cassa integrazione in deroga e incentivi alla ricerca o alle esportazioni, attraverso un taglio dell'irap. Sono tante le ipotesi sul piatto per far ripartire gli investimenti di Fiat nel nostro paese, dopo che la casa automobilistica del Lingotto ha accantonato il progetto Fabbrica Italia, cioè il piano industriale elaborato nel 2010 per rilanciare l'azienda torinese.

IL NAUFRAGIO DI FABBRICA ITALIA

Ma c'è una soluzione che, più di tutte le altre, forse farebbe davvero contento l'amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne. Si tratta di un piano di incentivi su scala europea per ridare fiato all'industria dell'auto: non soltanto alla casa del Lingotto, dunque, ma anche ai marchi stranieri come Citroen-Peugeot, che non se la passano molto meglio rispetto al gruppo che fa capo alla famiglia Agnelli.

I RISULTATI DELL'ULTIMO VERTICE FIAT-GOVERNO

Non è un mistero, infatti, che tutti i problemi di Fiat siano concentrati proprio in Italia e nel Vecchio Continente, dove i consumi sono fermi al palo e gli acquisti di autovetture sono in picchiata (-20% nei primi 8 mesi del 2012). Mentre nel resto del mondo la casa del Lingotto macina profitti (circa 1,6 miliardi ogni 12 mesi), nel nostro paese perde invece attorno ai 700 milioni di euro all'anno e non ha molta convenienza a continuare investire per la creazione di nuovi modelli.

UNA MANO DA BRUXELELS

E allora, visto che alcuni concorrenti stranieri sono più o meno sulla stessa barca di Fiat, per Marchionne sarebbe opportuno che le autorità di Bruxelles studiassero il modo per rilanciare un settore produttivo, come quello dell'auto, che ha un' importanza strategica in tutti i maggiori paesi industrializzati, dall'Italia alla Francia, dalla Spagna alla Germania, sino al Giappone e agli Stati Uniti.

COSA RISCHIANO ADESSO I DIPENDENTI DEL LINGOTTO

Peccato, però, che a nord delle Alpi non tutti siano d'accordo con lui. A opporsi a Marchionne, ci sono infatti le case tedesche, Volkswagen in testa, che di incentivi non vogliono sentir parlare, anche ne ricaverebbero pure loro un bel tornaconto. La ragione del veto tedesco non è difficile da capire: la Germania è infatti l'unico paese europeo in cui, grazie all'export, i marchi dell'auto non se la passano poi così male, nonostante la crisi economica degli ultimi anni.

IL PRIMATO TEDESCO.

Volkswagen, Porsche o Bmw riescono infatti a sfornare modelli ancora competitivi e a sfruttare a pieni giri (o quasi) i propri impianti. In media, la capacità produttiva degli stabilimenti automobilistici tedeschi è attorno all'80%, contro il 60-65% delle fabbriche francesi e al 50% circa (o poco più) di Fiat. Ciò significa che, per ridurre i costi e rimettersi in carreggiata in Italia, l'azienda del Lingotto avrebbe bisogno di chiudere qualche fabbrica della Penisola non le serve più, da Mirafiori a Pomigliano, da Cassino a Melfi.

LA PREOCCUPAZIONE NEGLI STABILIMENTI FIAT

Con un nuovo round di incentivi europei, però, la situazione potrebbe cambiare. Se il mercato europeo tornasse vitale, anche Fiat o Citroen potrebbero infatti produrre in Europa modelli competitivi, soprattutto nei prezzi. Il che, tuttavia, significherebbe per i tedeschi  (e in particolare per Volkswagen), l'arrivo di un improvviso e indesiderato “aiutino” a dei concorrenti che oggi sono invece al tappeto.

LA GUERRA DELL'AUTO.

Da qui, si comprendono bene le ragioni della battaglia ingaggiata nei mesi scorsi dallo stesso Marchionne contro le case automobilistiche della Germania. Il numero uno di Fiat, che è anche presidente dell'Acea, l'associazione europea dei costruttori di autovetture, ha infatti accusato Volkswagen (che, tra l'altro, è interessata pure all'acquisizione dell'italiana Alfa Romeo, oggi controllata dal Lingotto) di praticare una politica commerciale folle, a suon di sconti sui prezzi che danneggiano l'intero mercato continentale. Dai tedeschi, a fine luglio, è arrivata subito una risposta al vetriolo, con la richiesta di dimissioni di Marchionne dalla guida dell'Acea, visto che il suo ruolo non è più quello di un presidente imparziale.

Nel comparto dell'auto, insomma è in atto una vera e propria guerra, che somiglia molto a quella combattuta nei mesi scorsi a colpi di spread, per la sopravvivenza dell'euro. Ora, il gruppo Fiat vuole  probabilmente da Monti un gesto diplomatico forte, per convincere i tedeschi a modificare le proprie politiche industriali nel mercato automobilistico. Bisognerà vedere, però, se anche questa volta il premier italiano riuscirà a farsi ascoltare davvero dal governo di Berlino

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