Economia

Fiat, guardare agli Usa per salvare il lavoro in Italia

Marchionne punta a produrre da noi modelli da esportare sul mercato americano, l’unico che tira

Sergio Marchionne amministratore delegato del gruppo Fiat-Chrisler (Credits: Fabio Ferrari /LaPresse)

Continuare a produrre auto in Europa, e quindi in Italia, ma facendo in modo che vengano realizzati modelli esportabili sul mercato statunitense. È questa l’interpretazione che fornisce Aldo Enrietti, professore di Economia industriale presso l’Università di Torino, delle parole pronunciate ieri dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne. “Non credo assolutamente che annunciando il fatto che in Italia possa esserci uno stabilimento di troppo, Marchionne intendesse dire che si debba chiudere qui per aprire in America – spiega a Panorama.it il professor Enrietti -. Il passaggio chiave del suo discorso era infatti legato al concetto di indirizzare la capacità produttiva verso l’America”.

E le ragioni di questa strategia sono d’altronde note da tempo: in Italia attualmente si vendono circa 1,4 milioni di vetture, il valore più basso dal 1979 , mentre sul mercato continentale a stento si raggiunge la cifra di 13-14 milioni di veicoli. È in maniera evidente un mercato che langue, a differenza di quello statunitense che invece da tempo ha ricominciato a correre dando grandi soddisfazioni a Marchionne grazie alle vendire della Chrysler.

“Tutto ciò – continua Enrietti – non è avvenuto però per caso. Negli Stati Uniti negli ultimi anni c’è stata una profonda ristrutturazione del settore automobilistico. Molti stabilimenti sono stati chiusi, in altri la produzione è stata concentrata in maniera più efficiente. Il risultato è stato quello di ottenere una capacità produttiva perfettamente adattata alla domanda, e capace dunque di operare a pieno regime”.

L’esatto contrario di quello che sta avvenendo invece in Europa, dove secondo le stime più ottimistiche ci sarebbe un eccesso produttivo del 20-30%. È per questo che Marchionne da tempo, in qualità di presidente dell’Acea, l’associazione che riunisce i costruttori di auto europei, chiede con insistenza un processo di ristrutturazione simile a quello avvenuto negli anni Novanta per l’acciaio .

Al momento però le resistenze tedesche a provvedimenti di questa natura sono ancora troppo forti, e allora la soluzione è una sola. “Bisogna come detto puntare a realizzare auto che possano essere vendute anche sul mercato americano – dice Enrietti – l’unico che in questo momento tira davvero. Da qui l’idea di Marchionne di produrre a Mirafiori un Suv perfettamente esportabile negli Stati Uniti”. Peccato però che finora questi programmi restino solo idee, e di quei 20 miliardi di investimenti promessi a suo tempo da Marchionne proprio per rilanciare la produzione degli stabilimenti italiani, se ne siano visti a stento un paio.

“In realtà – dice ancora Enrietti – Marchionne sul fronte europeo è comunque frenato dalla crisi, e attende una seppur flebile ripresa prima di decidere nuovi investimenti. Nel frattempo preferisce concentrarsi su quei mercati dove le premesse commerciali sono più allettanti, e tra questi, come detto, c’è evidentemente l’America”.

Per i lavoratori degli stabilimenti italiani messi in allarme dalle parole di Marchionne, c’è dunque solo da sperare che nei prossimi 24-36 mesi il mercato si riprenda oppure cominci finalmente l'annunciata produzione di modelli buoni anche per gli Stati Uniti, perché altrimenti l’alternativa inquietante non potrà che essere quella prefigurata dall’amministratore delegato della Fiat, ossia proprio la chiusura di uno stabilimento.

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