Economia

Fiat e la cassa integrazione a Pomigliano: congiuntura o fine di un sogno?

Sindacati divisi sul senso dello stop di due settimane voluto da Marchionne per lo stabilimento campano

Sergio Marchionne presenta la Nuova Panda a Pomigliano (Credits: La Presse)

Lo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, con i suoi investimenti in moderne tecnologie, con le nuove assunzioni che nonostante le polemiche stanno procedendo come da programma, e con le lotte sindacali tra Uilm e Fim Cisl da una parte e Fiom dall’altra, rappresenta senza dubbio la cartina di tornasole dell’attuale stato di salute del settore auto in Italia. Ecco perché la notizia di uno stop di due settimane delle attività tra il 20 e il 31 agosto, con 2.150 operai messi in cassa integrazione ordinaria, giunge, se non a sorpresa, perlomeno come un segnale quanto mai significativo. E le interpretazioni su questo ennesimo segnale di arretramento, come sempre quando si parla di Fiat, risultano marcatamente divergenti.

Da una parte la Fim Cisl, che per bocca del suo segretario generale Giuseppe Farina, ancora una volta si sente di condividere le analisi espresse ormai da qualche tempo dall’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne. “È evidente – spiega Farina a Panorama.it – che si tratta di un rallentamento dovuto alla pessima congiuntura economica. Sono di ieri i dati di un mercato europeo in forte recessione e la Fiat certamente non può rimanerne immune. In questo senso paga un pedaggio pesante anche la Panda, nonostante sia uno dei prodotti migliori e più venduti dal Lingotto in questo momento”.

Tutt’altra invece la lettura della situazione che arriva dalla sponda Fiom. “Questa è la certificazione della fine del sogno del progetto Fabbrica Italia – sentenzia  Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom –. La Fiat e il suo gruppo dirigente devono prendere atto di aver sbagliato tutto: previsioni di investimenti, tempi per l’uscita dei prodotti e durata della crisi. Un mix di errori che oggi porta la cassa integrazione anche a Pomigliano, e non si può continuare ad utilizzare l’alibi della crisi economica, perché qui, oltre alla congiuntura, la cui pesantezza nessuno nega, ci sono state valutazioni manageriali del tutto errate, e sarebbe ora che venissero riconosciute”.

Interpretazioni agli antipodi, per una battaglia sindacale che si combatte a colpi di sciabola, non certo di fioretto. “A Pomigliano – attacca Farina – Marchionne ha problemi solo con la Fiom che insiste nella sua aggressione alla Fiat attraverso i tribunali. Noi invece, insieme alla Uilm, consideriamo ancora validi gli accordi siglati in questi mesi . E chiederemo conto all’amministratore delegato del Lingotto di queste intese in occasione dell’incontro che avremo il prossimo primo agosto. Per noi restano validi gli impegni sugli investimenti, che sono certamente rallentati al momento, ma che dovranno riprendere con la fine della crisi, così come il programma di assunzioni”.

Niente di più distante dalle valutazioni delle tute blu della Cgil. “Qui siamo di fronte all’emergenza dell’intero settore auto – taglia corto Airaudo – e ci vuole un nuovo piano di rilancio che veda come protagonista innanzitutto il governo, che invece continua a rimanere assolutamente latitante. In Francia almeno il ministro competente si è detto sconvolto per la chiusura dello stabilimento Peugeot di Aulnay. Qui da noi Marchionne ha già abbandonato ben tre siti produttivi, quelli di Termini Imerese, di Flumeri e di Imola, senza che l’esecutivo battesse un colpo”.

In mezzo a questa sfida di interpretazioni e previsioni, c’è il destino di migliaia di lavoratori che vedono a rischio il proprio futuro lavorativo. E a preoccupare non è più solo la cassa integrazione. “Mi vorrei sbagliare – afferma Airaudo – ma la vicenda Peugeot potrebbe anticipare annunci funesti dello stesso tenore anche in Italia subito dopo le vacanze. A dirlo purtroppo non siamo noi della Fiom, ma i numeri: Marchionne aveva parlato di 20 miliardi di investimenti e finora sono arrivate solo briciole. Aveva inoltre previsto una produzione di 1,6 milioni di auto per il 2014 e quest’anno chiuderemo al massimo con 1,2 milioni di auto e 200 mila veicoli commerciali. In queste condizioni – conclude Airaudo – non si può che immaginare una forzata contrazione della capacità produttiva, con tutto ciò che ne consegue”.

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