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Economia

Fiat, gli Agnelli e il vero potere delle imprese famigliari

Bernardo Bertoldi, economista a Torino: "Solo loro sanno garantire una visione di lungo termine"

Sergio Marchionne e John Elkann

PRESENTAZIONE DELLA NUOVA LANCIA YPSILON AL MUSEO DELL'AUTOMOBILEL'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, con il presidente della Fiat, John Elkann, durante la presentazione della nuova Lancia Ypsilon il 25 Maggio 2011 al Museo dell'Automobile di Torino.     (ANSA/DI MARCO)

Ripartire dal capitalismo familiare, capirne l’essenza. L’affermazione, forse un po’ borghese in tempi di start-up e di social network, è  tornata d’attualità dopo che il numero uno di Fiat Sergio Marchionne ha annunciato il ritiro (poi quasi rientrato) del progetto “Fabbrica Italia". Di fronte alla nuova emergenza il coro è stato unanime: “Ma la famiglia Agnelli, dov’è?”. E si è aperta di nuovo la discussione. “Siamo sicuri che se non ci fossero stati gli Agnelli, Marchionne non sarebbe già scappato negli Usa?” commenta a proposito Bernardo Bertoldi, docente di economia all’Università di Torino.

Da anni Bertoldi anima il pensatoio torinese che periodicamente riunisce i rampolli delle famiglie imprenditoriali, grandi o piccole che siano, per scambiare esperienze e studiare nuovi modelli di gestione. Si tratta di un’iniziativa che tiene conto sia dell’esigenza di crescita e gestione manageriale che la competizione globale oggi richiede, sia del fatto che oltre l’80 per cento delle aziende italiane è a gestione familiare. “Il mercato è miope, punta al guadagno immediato. Oggi invece abbiamo bisogno di una visione di lungo termine e di valori che coincidono soltanto con le famiglie imprenditoriali, perché davvero interessate a perpetuare se stesse e la loro storia” è il credo di Bertoldi.

Da qui la ricerca di nuovi strumenti che aiutino le imprese famigliari a tenere le redini dell’azienda senza per questo dover rinunciare ai capitali o ai vantaggi del mercato. Come? “Stiamo studiando gli effetti di un sistema nuovo per l’Italia ma non, ad esempio, per la Francia o gli Stati Uniti (anche se con modalità diverse)” continua Bertoldi. “Si tratta di un meccanismo che garantisca alle azioni in carico alle famiglie un voto multiplo, rendendole più pesanti rispetto a quelle sul mercato. Aiuterebbe a tenere la barra diritta, e a non piegare valori e visione ai capricci degli azionisti affamati di guadagno”. E in questo contesto, poco importa se l’amministratore delegato faccia o non faccia parte della “famiglia”. Anzi.

Attualmente il controllo delle famiglie sull’azienda viene esercitato o attraverso il meccanismo delle holding di partecipazione o mantenendo la maggioranza azionaria. E’ davvero possibile andare oltre? E perché? “Il nostro studio parte da un censimento estero, per poi analizzare se le performance aziendali  sono migliori dove le azioni si pesano a e non si contano. Perché farlo? Perché così l’investitore potrà decidere se crede nella politica aziendale e fare le sue speculazioni e investimenti. La proprietà continuare a perseguire il suo piano industriale senza interferenze”.

Il tema non è banale e se ne è appena occupato anche il socio fondatore di Weissman Italia e Austria nonché consulente specializzato Markus Weishaupt, autore (in collaborazione con Franco Marzo e Matthias Theiner) del volume “Preservare l’impresa familiare. Vincere la sfida generazionale con metodo, cuore ed empatia (edizioni FrancoAngeli). Si parte dall’amara e nota considerazione che circa l’85 per cento delle aziende familiari non sopravvive alla terza generazione per arrivare a indicare una strada possibile.

L’accenno più interessante è quello alla Costituzione di Famiglia: un documento necessariamente scritto con cui si regolano i punti critici del ricambio generazionale.  Vi si indicano valori aziendali e familiari, principi di gestione, norme sulla composizione dei conflitti, cultura d’impresa e competenze, ruoli e passaggi di quote con uno sguardo di lunghissimo termine. E l’obiettivo è crescere. Non vendere massimizzando il profitto.

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