Euro

Eurocrisi. Nelle stanze dove si combatte l’incendio dello spread

Angela Merkel getta benzina sul fuoco e i mercati tornano a picchiare sui titoli italiani e spagnoli. Ma nella «war room» della Banca centrale europea si respira fiducia

Meglio dimenticare Oliver Stone, Wall Street o le sale trading delle grandi banche d’affari.
Fuori imperversa la bufera con la speculazione che torna a picchiare sui titoli italiani e spagnoli, mentre Angela Merkel si rimangia le promesse sugli scudi antispread. Dentro l’Eurotower, invece, tutto sembra ovattato, come in un tempo sospeso sull’eternità. «Ogni volta che accompagno qualcuno nel nostro salone dove una quarantina di persone siedono tranquille davanti ai computer, l’ospite resta sempre un po’ deluso» ammette Francesco Papadia. È arrivato a Francoforte nel giugno del 1998, quando la Banca centrale europea ha emesso i primi vagiti. E ha regolato il rapporto con i mercati dal 1° gennaio 1999, quando la moneta unica europea è stata cambiata con le altre valute. «Vedo ancora l’istante in cui apparve sugli schermi la prima quotazione, in Estremo Oriente, dell’euro sul dollaro» ricorda. «Allora è vero, eppur si muove, ho pensato dentro di me».

Romano, perfezionatosi ad Ancona, ha sciacquato i panni nelle acque del Tamigi, prima di entrare in Banca d’Italia dove è stato assistente di Carlo Azeglio Ciampi per la sua partecipazione al comitato Delors, collaboratore di Fabrizio Saccomanni e Tommaso Padoa-Schioppa, membro della delegazione italiana alla conferenza di Maastricht nel 1991. Il 2 maggio scorso, raggiunti i 65 anni, ha felicemente lasciato al suo vice, il tedesco Ulrich Bindseil, la posizione di direttore generale del dipartimento operazioni di mercato. Ma non smette certo di trattenere il respiro per la sorte della moneta unica. Anche se confessa di non nutrire alcun dubbio sul suo futuro: «Il completamento del progetto è in corso; sia pure faticosamente, si stanno prendendo le decisioni giuste. Certo» ammette «nessuno aveva idea che sarebbe stato così impegnativo. Ci siamo davvero incamminati in terra incognita».

Fino al 2007 il suo compito era regolare i tassi di interesse. Prima della crisi l’obiettivo principale era che i tassi a breve termine, in sostanza il prezzo pagato dalle banche per prendere i soldi in prestito dalla Bce, rimanessero al centro di un corridoio, fissato dal direttivo della banca centrale, con una distanza di 2 punti percentuali tra il soffitto e il pavimento. Papadia, ogni giorno per 8 anni, è stato attento che il tasso a breve non uscisse dal sentiero virtuoso, seguendo con attenzione gli andamenti dei mercati, le borse azionarie, la compravendita di obbligazioni, lo spread sui titoli pubblici.

Poi è arrivato lo shock dei subprime. «Se qualcuno mi avesse detto nel 2007 che il bilancio dell’Eurosistema sarebbe triplicato, sfiorando i 3 mila miliardi di euro, gli avrei consigliato di rivolgersi a uno psichiatra» confessa. «Da allora in poi abbiamo  fatto cose che non avremmo immaginato prima e abbiamo imparato moltissimo, anzi impariamo tutti i giorni».

Per esempio, che la teoria di Milton Friedman, nelle attuali condizioni, non funziona più. L’intervento delle banche centrali per spegnere l’incendio, gettando liquidità sul mercato, non ha provocato un aumento generalizzato dei prezzi. Conseguenza di un’attività economica ancora depressa, di mutamenti avvenuti nel funzionamento del sistema economico, di tecniche più sofisticate? «Chissà, stiamo ancora studiando la grande depressione degli anni 30. Tra ottant’anni avremo forse ancora tesi di laurea sulla crisi odierna e magari ci spiegheranno con sofisticati modelli quello che stiamo facendo noi oggi». Non che la Bce vada avanti a caso. «Noi siamo il braccio dell’Eurosistema» precisa Papadia. «Il mercato non ha più di fronte 17 banche centrali, ma una sola». Certo, si procede per prove ed errori, con il metodo popperiano: «Magari ci fosse il pilota automatico. In realtà, quella del banchiere centrale è un’arte». Lo dimostra la quotidiana battaglia dello spread.

Papadia ricorda ancora quei giorni, nell’agosto 2011, in cui ha guidato l’intervento della Bce per contrastare il malfunzionamento del mercato dei titoli di stato dei paesi cosiddetti periferici, tra cui l’Italia e la Spagna. Sono momenti nei quali occorre avere nervi saldi e testa a posto per leggere il tumulto degli eventi. Perché i segnali del mercato non sono affatto razionali.

A renderli ancora meno attendibili arrivano scandali come quello della Barclays che ha manipolato il tasso Libor, uno dei cardini del sistema, punto di riferimento anche per i mutui. Ci si può ancora fidare? Si può dire che il tasso d’interesse è il termometro del mercato? «Certo questi comportamenti rendono più difficile riportare l’economia sul sentiero virtuoso basato proprio sulla fiducia» riconosce Papadia.

Prima della crisi, la banca centrale si limitava a fornire la liquidità netta di cui le banche avevano bisogno, alla sua distribuzione provvedeva poi il mercato monetario. Con la crisi la capacità del mercato di svolgere questa funzione si è quasi atrofizzata, così tocca alla Bce fornire alle banche il denaro senza il quale tutto si ferma. E lo deve fare rispettando il mandato: la stabilità dei prezzi e l’indipendenza dai governi che le impedisce di acquistare direttamente titoli di stato.

La novità maggiore introdotta nell’ottobre 2008 dopo il fallimento della Lehman Brothers è il finanziamento illimitato alle banche al tasso deciso dal consiglio direttivo. Sotto la guida di Mario Draghi, tra il dicembre e il febbraio scorsi, il programma Ltro (Longer term refinancing operation) ha rafforzato la manovra mettendo in circolazione, in due tranche, quasi 1.000 miliardi di euro. Secondo il presidente della Bce, questa non ha dispiegato tutti i suoi effetti e il mercato non esclude che si possa ripetere se necessario.

L’11 luglio il tasso di riferimento al quale vengono concessi i finanziamenti è sceso per la prima volta sotto l’1 per cento ed è stata azzerata la remunerazione dei fondi depositati dalle banche presso l’Eurotower. L’obiettivo è rimetterli in circolo per finanziare l’economia reale.

Quante frecce ha ancora al suo arco la Bce? «Altro che frecce. Draghi ha detto che c’è ancora tutta l’artiglieria disponibile» avverte Papadia. Ma ha preso tutti in contropiede la capacità dei mercati di smettere di funzionare in tempi rapidissimi. E azzardare quando finirà è impossibile. Finora, a una fase acuta d’instabilità dei mercati seguono interventi delle autorità (banche centrali e governi) per placarla: per un po’ le cose migliorano, ma ecco che scoppia un’altra fase acuta che richiede altri interventi ancora più consistenti ed efficaci. Questa successione di onde si fermerà definitivamente quando il gioco tra autorità e mercati avrà mutato le attese, riportando fiducia.

Bisogna intervenire, ma senza eccedere, per non prendere rischi eccessivi sul bilancio, evitare l’inflazione, non dare l’illusione che tutto può essere risolto dalla banca. Fra questi interventi rientra anche l’acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario. Ora la Bce sarà l’agente per il «fondo salvastati» (l’Efsf che poi confluirà nel Meccanismo europeo di stabilità), aumentando ancora il proprio ruolo attivo. Insomma, toccherà sempre più a Mario Draghi salvare l’euro?

«Il nostro compito è lanciare un ponte sulle acque agitate, come nella canzone di Simon e Garfunkel. La banca aiuta a passare sull’altra sponda, ma non può risolvere i problemi di fondo». Guai a creare la falsa illusione che possa supplire ai governi. La questione è delicata; più in là Papadia non vuole e non può andare: sono problemi che si discutono fuori dalla war room dove, appena il comandante in capo dà l’ordine, sono pronti a fare fuoco.

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