Economia

Eurocrisi, è guerra contro la Germania

Dal 17 giugno l’Europa è chiamata a prendere decisioni che cambieranno i destini del mondo

Non è l’ipotesi di un euro che salti a fare imbizzarrire America e Cina. Tutt’altro. Se le prossime settimane, diciamo tre mesi, sono temuti a Washington e Pechino come se si trattasse della conferenza di Monaco in cui tifare Arthur Chamberlain contro Adolf Hitler, è per tutt’altra ragione. Gli europei e la loro crisi in progress da due anni e mezzo sono caldamente pregati di piantarla di esercitare pressioni al ribasso alla crescita americana e a quella cinese.

Barack Obama rischia ormai di perdere le elezioni, se la Grecia esce dall’euro e i mercati si convincono che è solo la prima eurodebole a essere buttata fuori. La Cina ha già dovuto sospendere ogni acquisto di asset europei, abbassare i tassi per la prima volta dopo anni, riprendere a pompare sull’export invece di fare salire i consumi interni, il contrario di ciò che serve per evitare una crisi, prima o poi, del suo sistema bancario.

Per questo, al G20 in Messico il 18 e 19 giugno, a urne greche appena chiuse, Washington e i Brics diranno ad Angela Merkel che deve mollare, e pensare alla crescita invece che al rigore. Mentre lei, ancora martedì 12 giugno, ha ribadito che sarebbe fatale interrompere il cammino di risanamento «proprio mentre ora alcuni paesi hanno iniziato» il percorso, rimanendo a «metà strada».

Risultato: non il cancelliere tedesco ma Mario Draghi è oggi il Mr Europe più sulla cresta dell’onda, alla Casa Bianca e nel Palazzo del popolo. Alla testa della Bce è stato decisivo, nelle ultime settimane, per far compiere un salto in avanti su tre fronti dell’eurotensione. Primo: i 100 miliardi direttamente alle banche spagnole senza passare per l’umiliazione della trojka e del Fondo monetario internazionale inflitta invece alla Grecia. Secondo, la necessità di passare prestissimo a una vera e propria unione bancaria, con supervisione e interventi di salvataggio condivisi e non più nazionali, diciamo per i maggiori 90 istituti bancari europei. Terzo, una garanzia europea sovrapposta a quella nazionale sulla tutela ai depositanti, mentre ogni euromembro dovrà dotarsi di un fondo per la ristrutturazione dei propri intermediari finanziari. Tre passi avanti notevoli, visto che il mantenere vigilanza e salvataggi creditizi a livello nazionale ha comportato sottovalutazione permanente dei guai annegati negli attivi bancari, e possibilità accresciuta di contagio bancario mondiale.

L’unione bancaria dovrà essere esaminata al Consiglio europeo del 27-28 giugno. Bisognerà decidere se comporta una revisione dei trattati oppure no. Ma resta integralmente da sciogliere il nodo politico. Quello esaminato prima nel vertice a due tra Mario Monti e François Hollande giovedì 14 giugno, poi nell’incontro a quattro tra Merkel, Mariano Rajoy, Hollande e Monti, venerdì 22 giugno a Roma. L’esito degli aiuti alle banche spagnole ha visto i mercati confermare il solito giudizio: l’europolitica decide troppo tardi, i downgrading arrivano a raffica, gli aiuti confermano solo che la crisi è più grave. L’Italia è finita in prima linea con spread di nuovo verso quota 500, perché dopo Irlanda, Portogallo, Grecia e capitolazione della Spagna per i mercati verrà il suo turno. Il ministro delle Finanze austriaco, Maria Fekter, l’ha già esplicitamente ammesso.

Politica, finanza e accademia americana la pensano ormai tutti sull’Europa come Paul Krugman: i tedeschi facessero il piacere di non rompere più le scatole. Invece di limitarsi a dire sì a «robetta» (i project bond sulle opere pubbliche e la ricapitalizzazione della Bei), accettino il passo avanti vero: federalizzare una quota elevata del debito pubblico di ogni euromembro. Il paradosso è che una buona metà della finanza americana che chiede ai tedeschi di capitolare di fronte agli eurodeboli e al loro debito pubblico tifa ormai invece a casa sua per Mitt Romney contro Obama per la ragione opposta, cioè perché il presidente ha aggiunto 5 mila miliardi di dollari di debito pubblico in 4 anni ma l’effetto non è stato affatto un sano rilancio dell’economia Usa.

Otmar Issing, il ferreo guardiano per anni dell’ortodossia germanica nella Bce, l’ha appena ribadito: «Il principio per il quale ciascun euromembro resta responsabile dei suoi errori è non solo articolo fondativo dell’unione monetaria, ma anche elemento non negoziabile dell’Unione Europea fra stati sovrani. Violarlo è in totale contraddizione col principio democratico dell’inaccettabilità di debiti pubblici non decisi da parlamenti sovrani».

È questo il nodo di fondo della grande guerra mondiale finanziaria accesa da quell’instabile e zoppicante progetto europeo di una moneta sola per mercati e debiti divisi. Non averlo mai affrontato esplicitamente è il limite di tutti i maggiori governi europei. Che continuano, ciascuno a casa sua, a dire balle agli elettori. Ieri, sulla sostenibilità delle proprie spese pubbliche folli. Oggi sulla colpa dei tedeschi. E a tutto questo si aggiunge una goffaggine estrema.

Aspettare il collasso bancario spagnolo, e dare ora direttamente alla Bankia gli euro di cui ha bisogno implica inevitabilmente aiutare domenica 17 nelle urne greche chi sostiene che verso Atene si sia usata una mano ben diversamente pesante. Idem dicasi in Irlanda e Portogallo. Avere deciso, così sembra ai mercati, che la Grecia uscirà comunque dall’euro implicherebbe avere già deciso risorse illimitate subito per gli altri eurodeboli, al fine di evitare che la Grecia sia solo la prima a tornare alla sua moneta. Invece niente di tutto questo. Non resta che sperare nello stellone. Una pessima regola della politica italiana è diventata l’unica vera legge della politica europea.

© Riproduzione Riservata

Commenti