Economia

Economia cinese: sesto trimestre in calo. È allarme crisi

Tra marzo e giugno il pil è crescito "solo" del 7,6%. Frenata dalla scarsa domanda europea e americana

(Credits: AP Photo)

Ennesimo trimestre di affanno per l'economia cinese: i dati ufficiali pubblicati dall'Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino mostrano una crescita del 7,6% nel periodo aprile-giugno. Il peggior risultato dal primo trimestre 2009 e sesto trimestre consecutivo in frenata.

È indubbio che nessuno si sarebbe mai aspettato un risultato "così negativo", ma il Partito non può certo permettersi di mostrare in pubblico di essere preoccupato. Per questo la portata di questi dati è stata il più possibile minimizzata. E il portavoce dell'Ufficio Nazionale di Statistica ha spiegato che il governo ritiene che "una crescita tra il 7 e l'8% sia comunque un risultato positivo se confrontato con la situazione globale". E in effetti lo sarebbe, se non fossero quelli che sono sempre stati considerati i pilastri dello sviluppo economico della Repubblica popolare a dare segni di cedimento. Primo fra tutti il Guangdong.

Scelta da Deng Xiaoping a fine anni '70 per rilanciare lo sviluppo economico della nazione grazie alla strategia della Zone economiche esclusive, questa regione meridionale a due passi da Hong Kong si è trasformata in pochi anni nel motore della Repubblica popolare. Grazie alla disponibilità di materie prime e manodopera a buon mercato, alla vicinanza alla costa e, soprattutto, a un porto già collegato con il resto del mondo. E alla facilità di accumulare capitali dai cinesi delle tigri e del Sudest asiatico.

Dopo essere stato per anni il termometro del benessere orientale, questa regione inizia oggi ad avere qualche difficoltà. Da gennaio ad oggi l'economia è cresciuta del 7,4%, le esportazioni solo del 6,9%. Dati che ne hanno spinto il Governatore Zhu Xiaodan a mettere in guardia la popolazione invitandola ad "aumentare la consapevolezza relativa all'esistenza di una crisi". Quindi ancora non si parla esplicitamente del fatto che la Repubblica popolare sia in crisi, ma si ammette che l'economia non è più prospera quanto prima.

Gli indicatori del Guangdong sono sempre stati molto più alti della media nazionale, mentre oggi sono in calo. Ma il più grosso pericolo per Pechino è legato al fatto che la produttività e il benessere del Guangdong non sono al di sotto della media nazionale perché, nel frattempo, altre regioni sono riuscite a consolidare performances migliori. Ma solo perché questa regione è rimasta più fedele delle altre alla strategia di sviluppo export-oriented tanto cara al Partito. E ha ricevuto dal governo meno capitali da investire in infrastrutture.

Se frena il Guangdong freneranno, una dopo l'altra, tutte le altre regioni. La crescita "stimolata" dagli investimenti, infatti, serve più che altro per garantire un minimo di stabilità in attesa che il mercato e i consumi facciano la loro parte. Ed è in quest'ottica che il Partito ha deciso di approvare un nuovo pacchetto di stimoli all'economia da 2 mila miliardi di yuan (circa 251 miliardi di euro), da investire nei "sette settori strategici": protezione ambientale, information technology, biotech, nuovi materiali industriali, manifatturiero avanzato e energie rinnovabili. Ma visto che "una classe media enorme in grado di stimolare i consumi dall'interno" stenta a consolidarsi, per riaccendere il motore del gigante d'Oriente servono le esportazioni. E con Europa e Stati Uniti ancora in difficoltà i mercati a cui destinarle sono sempre di meno.

© Riproduzione Riservata

Commenti