Economia

Cina: l’austerità frena il boom del lusso

La sobrietà imposta dal presidente Xi Jinping ha già colpito alcolici e orologi. Ma la scure sta per abbattersi su tutte le griffe che hanno puntato sull’Oriente

Fino a qualche mese fa, il baijiu non mancava mai sulle tavole cinesi che contano. Il liquore estratto dal sorgo era il convitato più prezioso di ogni  banchetto e il regalo più gradito dall’establishment governativo, al punto che il suo costo superava facilmente i 2 mila yuan (quasi 250 euro) a bottiglia. A Pasqua, invece, già si trovava in rete a 900 yuan, stessa sorte toccata al pregiato tè Longjin e al «pesce coltello», svenduti a prezzi di saldo. Questi ribassi sono risultati tangibili della campagna moralizzatrice voluta dal presidente cinese Xi Jinping, che ha imposto un taglio netto alle «stravaganze» di funzionari pubblici e militari, un esercito di 10 milioni d’individui, dotati di carta di credito e con una capacità di spesa di 5.800 dollari a testa. Una nuova sobrietà che rischia d’impattare non solo sull’economia di Pechino (il pil del primo trimestre 2013 ha frenato da +7,9 per cento rispetto allo stesso periodo 2012 a +7,7) ma anche sull’espansione dei marchi del lusso mondiale.

I primi a farne le spese sono stati gli orologi. Dopo tre anni di vendite stellari, a gennaio e febbraio di quest’anno l’export dalla Svizzera verso la Cina è crollato del 23 per cento rispetto allo stesso periodo del 2012. «È abbastanza chiaro che il freno imposto dal governo ai regali diventerà uno dei temi più importanti di quest’anno» sottolinea Jon Cox, capo della società di ricerca Kepler capital market.

Secondo uno studio della società di consulenza Bain, circa il 30 per cento degli acquisti in Cina è per fare doni. Ora si teme che la scure governativa possa cadere sulla leadership mondiale di Pechino nei consumi di lusso, che per il Credit Suisse toccheranno il record di 238 miliardi di euro nel 2014. E così big della moda come Kering (la ex Ppr), Lvmh e Richmont hanno già annunciato che rallenteranno le aperture in Cina. «La nuova austerity è soltanto uno dei fattori che frenano le vendite in patria» puntualizza Stefania Saviolo, direttore del Mafed, il master in fashion, experience e design management della Sda Bocconi. «Ormai sono 100 milioni i cinesi che viaggiano e acquistano prodotti all’estero, evitando dazi e sovrapprezzi che in patria arrivano anche al 50 per cento, mentre la classe media inizia ad apprezzare le catene low cost». Per Zara & C. è iniziata una corsa al raddoppio per il prossimo triennio. 

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