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Economia

Cina 2012 come gli Usa 2006: l'Oriente rischia una crisi subprime

Gli economisti di The Atlantic si confrontano sulla tenuta della seconda economia mondiale

(Credits: AP Photo/CHINA OUT)

Cosa sta succedendo in Cina? Quanto è solida la crescita del paese? Che tipo di riforme sarà in grado di approvare il Comitato centrale del Partito che verrà completamente rinnovato ad ottobre? Il popolo degli analisti che tenta di prevedere l'andamento del mercato della seconda potenza economica mondiale nel breve, medio e lungo periodo è sempre più numeroso. E, settimana dopo settimana, gli spunti di riflessione per capire la Repubblica popolare diventano sempre più interessanti. O curiosi.

Sulle pagine di The Atlantic qualcuno ha sostenuto con grande preoccupazione che la Cina di oggi ricorda un po' troppo gli Stati Uniti del 2006. Nella totale consapevolezza che non esiste nessuna garanzia sulla trasparenza dei dati diffusi da Pechino, il giornalista di The Atlantic mette in evidenza una serie di incongruenze nelle strategie anti-crisi approvate dal Partito che ci inducono quanto meno a riflettere su se, e fino a che punto, gli obiettivi di crescita superiori al 7,5% annunciati di recente potranno essere effettivamente realizzati.

"Il pacchetto di aiuti del 2009, anziché stimolare l'economia tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica, ha semplicemente invitato le banche a prestare più denaro", si legge su The Atlantic . "Il boom dei prestiti ha provocato un boom di investimenti che ha compensato il calo delle esportazioni". Ma ha anche alimentato una bolla immobiliare sempre più difficile da tenere sotto controllo. Poi, però, quando, il livello dei prezzi ha iniziato a salire troppo in fretta, Pechino ha cercato di correre ai ripari. E a quel punto "l'accesso al credito è rimasto facile per le grandi aziende di Stato ed è diventato complicato per le piccole e medie imprese. Anche perché spesso a prestare denaro non sono i grandi istituti di credito ufficiali, ma 'banche ombra' ben poco affidabili".

Non solo: i colossi dell'imprenditoria pubblica sono abituati a non vendere le loro produzioni quando i prezzi internazionali calano. Per metterle poi sul mercato quando sarà possibile ottenere ricavi più alti. E in momenti come questi, invece di sfruttare i prestiti ricevuti dalle banche ombra per potenziare i loro impianti, preferiscono utilizzarli a fini speculativi. Un comportamento che, per il giornalista di The Atlantic, ricorda un po' troppo quello dei colossi dell'industria e della finanza americani nel 2006 poco prima che scoppiase la crisi dei subprime. Lasciando intendere che la Cina potrebbe presto rimanere travolta da una corsa alla vendita da parte di operatori preoccupati dalla tenuta del mercato, trend che in maniera altrettanto rapida potrebbe portare al fallimento della banche.

Uno scenario spaventoso, ammorbiditoSi a però da un'altra voce di The Atlantic . Secondo la quale il confronto tra la situazione della Cina di oggi e quella dell'America di sei anni fa non è realistico. "Gli Stati Uniti sono entrati in crisi perché erano troppo indebitati e spendevano troppo. E' vero che anche Pechino ha problemi di debito, ma in Cina i risparmi sono pari al 50% del Pil, non prossimi allo zero come in Occidente. In più il modello economico dei due paesi è diverso, così come l'andamento generale dei due mercati". Quindi, conclude questo secondo articolo sul futuro della Cina, "sottolineare le debolezze della seconda economia mondiale è lecito. Essere preoccupati per un suo possibile rallentamento pure". Ma creare l'allarme che ha innescato il panico che ha portato ai fallimenti del 2006 in America, oltre ad essere sbagliato, è pericolosissimo.

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