Economia

Bonus Irpef e quoziente familiare: cos'è e come funzionerebbe

Gli 80 euro in arrivo nelle buste paga non andranno a chi guadagna piu' di 26mila euro, anche se ha molti figli a carico. Un' ingiustizia a cui il governo tenterà di rimediare nel 2015. Ecco come

Il premier Renzi con i ministri Padoan e Del Rio – Credits: Maurizio Brambatti/Ansa

“Lavoriamo sul quoziente familiare". E' l'impegno assunto in un'intervista a Panorama da Graziano Del Rio, sottosegretario alla presidenza del consiglio nel governo Renzi. L'esecutivo ha infatti appena concesso un incremento nelle buste paga di circa 80 euro al mese a 10 milioni di lavoratori ma si è accorto di aver scontentato moltissime famiglie. Il Bonus Irpef, cioè il taglio alle tasse che permette di attuare gli aumenti dei salari netti, sarà infatti riservato soltanto a chi guadagna tra circa 8mila e 26mila euro lordi all'anno cioè fino a 1.500 euro netti al mese.

GLI 80 EURO IN BUSTA PAGA

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Con questo meccanismo, si creano purtroppo molte disparità di trattamento. Esempio: se un giovane single vive ancora casa coi genitori e guadagna circa 1.200 euro al mese, alla fine di questo mese percepirà l'aumento in busta paga. Un capofamiglia che ha una retribuzione di 1.700 euro ma deve mantenere con il suo stipendio anche la moglie e i figli, non avrà diritto al Bonus Irpef, poiché supera le soglie di reddito stabilite. Per rimediare a queste sperequazioni, il governo sta dunque pensando di introdurre anche in Italia, dal 2015 in poi, un sistema di tassazione che premia le famiglie numerose e che esiste anche in altri paesi europei, principalmente in Francia.

IL QUOZIENTE FAMILIARE

Si tratta appunto del quoziente familiare, un meccanismo di calcolo delle imposte personali (cioè dell'irpef, nel caso italiano) che tiene conto del numero di figli e dei redditi percepiti anche dal coniuge. Ecco come funziona: innanzitutto, quando presenta la dichiarazione dei redditi, una famiglia mette assieme tutti i redditi dei suoi componenti, cioè quelli del marito, della moglie e anche di qualche figlio che lavora e abita ancora a casa con i genitori. Una volta effettuata la somma, il reddito totale viene diviso per un coefficiente, che dipende dal numero dei familiari. Esempio: se in casa ci sono soltanto due coniugi senza “prole”, il reddito della famiglia viene diviso per 2. Se c'è un figlio a carico, i compensi dichiarati vengono divisi per 2,5. Se invece i figli a carico sono due, il cioefficiente da usare è pari a 3 aumenta progressivamente, man mano che la famiglia diventa più numerosa.

Dopo aver effettuato la divisione, viene determinato il reddito imponibile di tutta la famiglia, su cui viene calcolata l'irpef. Va ricordato che questa imposta è progressiva, cioè ha delle aliquote che crescono all'aumentare del reddito. Sui primi 15mila euro guadagnati ogni anno, per esempio, la tassazione è del 23% e sale gradualmente fino al 43% per i redditi sopra i 75mila euro. Grazie al meccanismo del quoziente familiare, dunque, anche un contribuente che ha uno stipendio medio o medio-alto ma deve mantenere il coniuge e molti figli, potrà abbattere l'imponibile dichiarato e pagare le stesse tasse previste per chi guadagna molto meno, ma vive da single e non ha alcun familiare a carico. Tutto giusto, almeno in linea di principio, ma c'è un particolare che non va trascurato: in Italia, si parla di introdurre il quoziente familiare da almeno dieci o quindici anni. In tanti l'hanno proposto, ma nessuno lo ha mai adottato. Ci riuscirà il governo del Rottamatore?

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