Economia

Beni comuni, un tesoro che in Italia vale 400 miliardi di euro

Il neo presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali, Francesco De Sanctis, richiama l'attenzione su un patrimonio di cui siamo tutti proprietari. Anche l'economista premio Nobel Elinor Ostrom la pensava così

Il paesaggio è un bene comune per Francesco De Sanctis, neo presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali. Nell'immagine un paesaggio della Roma del 1600, in un dipinto del Caracci. (Credits:ANSA)

Dieci milioni di Lire. A questo prezzo Totò aveva venduto la Fontana di Trevi ad un turista credulone.
Era il il 1961 ed era un film (Totòtruffa 62), ma se accadesse veramente? Quale fantomatico proprietario potrebbe decidere la sorte della Fontana di Trevi?
Come altri monumenti, opere d’arte ed il paesaggio, anche la Fontana di Trevi è definita, in termini economici, un bene comune. Come l’acqua, appartiene a tutti e a nessuno.

A ribadire la particolare condizione del patrimonio artistico italiano, ci ha pensato anche il nuovo presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali, Francesco De Sanctis. Fresco di nomina dal Ministro della Cultura Lorenzo Ornaghi, De Sanctis non ha esitato a citare Marx per sostenere la la necessità di salvaguardare il paesaggio e le opere d’arte, beni comuni, come l’acqua. “Dobbiamo  ritrovare lo spirito del luogo, imparare a rileggere e a valorizzare il paesaggio” ha detto. “Bisogna responsabilizzare i cittadini di fronte a questa ricchezza”.

Una ricchezza di tutto rispetto. Infatti, secondo uno studio della Camera di Commercio di Monza e Brianza, il paesaggio italiano, in termini di brand, vale almeno 20 miliardi di euro, di cui 4 solo per le colline del Chianti. E a questa cifra  vanno aggiunti altri 400 miliardi per i principali monumenti italiani. Una ricchezza di cui siamo tutti proprietari.

Nel 2002, per ottimizzare la gestione e la proprietà dei beni artistici e del paesaggio, nacque la Patrimonio Spa, società statale nata per volontà dell’allora Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, per raccogliere tutto il patrimonio artistico e paesaggistico del Bel Paese. L’esperienza, però, si esaurì con un nulla di fatto otto anni dopo, con la chiusura nel 2010 di Patrimonio Spa e il ritorno dei beni allo Stato. Nonostante questo tentativo, la questione del possesso dei beni comuni rimane aperta.

Lo snodo cruciale sta nella definizione dei diritti di proprietà in termini economici: solo definendo chiaramente i proprietari di un bene si può stabilire il prezzo e quindi organizzare un mercato.

La più celebre teoria in quest’ambito è quella elaborata dall’economista americano Garrett Hardin, che aveva sull’argomento una visione tutt’altro che positiva, espressa chiaramente fin dal lugubre titolo della sua ricerca: la Tragedia dei Beni Comuni. Nome omen. Infatti secondo Hardin i beni comuni, dall’acqua al paesaggio passando per il Colosseo e la Gioconda, sono in balia degli uomini che, se svincolati dalle leggi, tendono a sfruttarli senza freni, fino all’estinzione, alla rovina o al depauperamento. Una tragedia insomma, alla quale nessuno può porre rimedio, perché nessuno era proprietario del paesaggio, dell’acqua, dei pascoli o delle opere d’arte.

Fu un altro economista, Ronald Coase, ad elaborare una soluzione per il problema, tentando di trasformare la tragedia in commedia: elaborò un sistema in cui i diritti di proprietà dei beni comuni erano affidati con dei permessi commerciabili, all’interno di un mercato in cui lo sfruttamento del bene venisse prezzato. Ma anche in questa storia imperava lo sconforto e il pessimismo: senza un forzato intervento di un governo regolatore, ancora una volta il destino dei beni comuni era finire devastati e ipersfruttati.

A dare la svolta a queste funeree teorie però ci pensò una politologa ed economista dell’ Università dell’Indiana: Elinor Ostrom. Prima (ed unica) donna a vincere il premio Nobel per l’economia (nel 2009), la sua teoria sui beni comuni si fondava sulla possibilità di amministrarli in piccole comunità, in cui tutti fossero proprietari e responsabili. Ha dimostrato come le persone, se riunite in piccole comunità, tendano a governare i beni comuni senza sfruttarli fino alla distruzione.

Elinor Ostrom era una donna carica di ottimismo e fiducia, credeva che il mondo fosse attraversato da saggezza e buon senso: non tutto era perduto e si poteva ancora sfuggire al finale tragico prospettato dai suoi colleghi economisti. Ottimismo e fiducia avevano accompagnato tutta la sua carriera: la Ostrom è stata abituata a lottare fin dall’inizio. Al liceo le sconsigliarono i corsi di matematica e algebra, perché non adatti ad una ragazza, all’università tentarono di scoraggiarla ad intraprendere gli studi economici e anche il dipartimento di scienze politiche non fu tenero con lei. Lavorava sodo, e non amava compiacersi della sua pluridecorata carriera universitaria dall’alto della sua cattedra.

Ha viaggiato in tutto il mondo per scoprire il segreto della gestione dei beni comuni: dalle tribù del sahel ai pascoli tedeschi, ha studiato perfino la gestione dell’atmosfera. Neppure la malattia è stata capace di fermarla: ha lavorato, studiato ed insegnato fino a pochi giorni prima che un tumore la portasse via, il 12 giugno scorso.

Il suo entusiasmo continua a vivere però in quello che ha scritto: La conoscenza come bene comune (Bruno Mondadori), è il libro in cui ha raccolto e spiegato la sua teoria, il libro con cui ha posto fine alle tragedie, semplicemente avendo fiducia nelle capacità organizzative dell’uomo.

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