Economia

Banche, per Mussari sono "vittime". Ma di che?

Alla riunione dell'Abi il presidente Mussari alza i toni e difende la categoria. Più carnefice che vittima

Giuseppe Mussari, presidente Abi (Credits: Giacomo Quilici/Imagoeconomica)

“Non dite a mia madre che faccio il bancario, lei crede che suo figlio suoni il violino in un casino!”. La vecchia, sarcastica, autolesionistica frase fatta con cui periodicamente quasi tutte le categorie professionali prendono in giro se stesse, si adatta perfettamente, in questi tempi difficili, alla categoria dei bancari e dei loro capi, i banchieri. Il cui presidente Giuseppe Mussari ha gridato questa mattina tutta la sua protesta perchè le banche sarebbero “vittime” della situazione, parlando dal palco del Palazzo dei congressi di Roma di fronte alla platea dei suoi associati e a due autorità che per la prima volta quest'anno ai suoi occhi contano molto, ma molto meno: Ignazio Visco, il governatore della Banca d'Italia, cioè di una banca centrale nazionale, che per volonà europea verrà svuotata di ogni responsabilità; e il presidente del Consiglio Mario Monti, che certamente ha ancora un grande potere nella gestione delle finanza pubblica, ma è soverchiato da tali e tante priorità che ben difficilmente avrà tempo e risorse da destinare proprio alle banche.

Ma come fa, Mussari, a dire che le banche sono “vittime”? Vittime di che, vittime di cosa, se sono proprio le banche – nel vissuto quotidiano di decine di migliaia di famiglie e di imprese – a dire “no” alle esigenze creditizie anche minime, quelle che servono per pagare un mutuo, rinnovare un fido, scontare una fattura? Come fa poi a dirlo proprio Mussari, cioè un signore che cinque anni fa ha firmato un assegno da nove miliardi di euro per comprare, come Monte dei Paschi di Siena, la Banca popolare antonveneta dal Banco de Santander che l'aveva appena pagata sei? Un'acquisizione onerosissima, dal cui costo il Monte non è più riuscito a rientrare con le sue sole forze societarie, tanto da dover per due volte ricorrere al sostegno pubblico?

Come fa Mussari, allora? Non è facile a spiegarsi, eppure... anche le banche hanno le loro ragioni , quelle europee in genere e quelle italiane in specie. Perchè dopo aver spadroneggiato per decenni, dal Dopoguerra in poi, si sono infilate – anche le nostre, in parte senza saperlo e in parte senza poterlo evitare – in un ginepraio da quale usciranno, se ne usciranno, solo a patto che l'economia generale si sia ripresa, nonostante la sopravvenuta impotenza delle banche stesse e con altissimi costi, anche sociali, per tutte le categorie, bancari compresi.

Il perchè di questa contraddizione in termini – banche carnefici, ma anche vittime - è presto detto, basta leggere i dati che sempre questa mattina il governatore Visco: alla fine del 2011 le banche italiane avevano in pancia uno “stock” di crediti deteriorati (sofferenze, incagli, crediti scaduti e non pagati o ristrutturati) pari all'11,2% del totale dei crediti verso la clientela.

Significa che almeno una metà di questi soldi non rientrerà mai più, saranno persi, e che quindi su ogni 100 euro che prestano, le banche devono metter conto che ne perderanno 5,5, e per iniziare a guadagnare devono calcolare che i primi 5,5 euro di interessi su 100 se ne andranno per coprire “i buffi”, ovvero gli ammanchi, come li chiamano nelle filiali di paese. E non basta.

Gestite in massima parte con metodi, mentalità, ipersindacalizzazioni e pigrizie medievali, le banche – non solo italiane – sono poco efficienti e sovraccariche di costi, soprattutto di personale: fenomeno tipico di un mercato protetto dalla concorrenza. E se fino a dieci anni fa guadagnavano facilmente tanti soldi con cui potevano coprire ogni sperpero, oggi fanno fatica a guadagnare il giusto . Dopo la crisi del 2008, le autorità europe hanno poi avuto una reazione di “ipercorrettismo”, cioè hanno imposto parametri patrimoniali onerosissimi, per prevenire l'insorgenza di nuovi buchi di bilancio.

Ciò ha portato a una massiccia campagna di ricapitalizzazioni: talmente sproposittata da aver obbligato gli stati a “rinazionalizzare” di fatto il sistema: sempre nei dati di Visco, si legge che tra il 2008 e il 2010 le banche europee hanno intascato aiuti di Stato per 409 miliardi, pari al 3,3% del Pil, e garanzie su emissioni di passività per 1.111 miliardi, il 9,1% del Pil. “Considerando gli aiuti di Stato autorizzati, gli interventi pubblici salgono in Europa al 37% del Pil”, si legge ancora nella relazione di Visco. Ora, per le banche così ricapitalizzate, remunerare tanto capitale è difficilissimo, bisognerebbe guadagnare tanti soldi, ma con la crisi – e le sofferenze – che ci sono è impossibile.

E dunque?  Dunque le banche sono e restano in difficoltà nere. Quelle italiane, poi, subendo oltre al danno anche la beffa di non aver gravato quasi per niente su questa campagna europea di salvataggi: il totale è di appena il 5,5% del Pil. Eppure, anziché essere indicate, e trattate, come “le prime della classe”, vengono tenute dietro la lavagna, sbeffeggiate e maltrattate dall'European banking autorithy. Già, perchè i parametri imposti dall'Eba per valutare la congruità patrimoniale di una banca sono stati disegnati su misura degli interessi delle grandi banche anglosassoni, piene zeppe di derivati finanziari che non verranno mai rimborsati ma che non vengono calcolati nei rischi da bilanciare col patrimonio, mentre le nostre banche, che hanno esposizioni di tipo industriale ed hanno fatto pochissimi derivati, si vedono tartassate peggio delle altre, perchè i loro investimenti in titoli di Stato scontano “il rischio sovrano”.

Danno e beffa, appunto. Pensare al “Btp Day” di un anno fa, in cui le banche – per dichiarato spirito patriottico – erano state autorizzate dalla Banca d'Italia a rimpinzarsi di Btp, salvo poi scoprire che secondo l'Eba quei Btp acquistati “perchè meritavano” comportavano accantonamenti-monstre sul patrimonio di vigilanza! Come ha detto il presidente di Carige Giovanni Berneschi, un vecchio banchiere tradizionalista, nauseato dall'eurocrazia e celebre per le sue battute, “è stato come fare il pieno alla macchina mentre qualcuno, da sotto, ti buca il serbatoio”.

Ecco in che senso, quindi, ha ragione Mussari a dire che le banche italiane sono “vittime” della crisi, prima e più di quanto ne siano corresponsabili. E la fondamentale veridicità di questa sua protesta, se si considera che agli occhi dell'opinione pubblica le banche sono, al contrario, le “carnefici” e non le “vittime” della situazione, deve far capire meglio di ogni altra cosa quanto sia profonda la crisi e quanto siano lontane da noi le sue cause profonde: se perfino i carnefici sono, in realtà vittime, le vere colpe quanto dovranno esser gravi, sopra di essi!

E infatti, la crisi in corso in Europa - quella del debito sovrano, che ha generato quella dell'economia reale - è anche colpa nostra, di noi cittadini italiani (e greci, e spagnoli, e portoghesi...) che abbiamo lasciato esplodere il debito pubblico fino a quel 120% del Pil, in crescita, al quale si attesta oggi. Ma l'infezione da debito finanziario derivato, l'asimmetria istituzionale monetaria tra Europa e resto del mondo, il social dumping del Far East sfruttato, e quindi fomentato, dalle grandi potenze dei “transplant” - Stati Uniti e Germania in testa – sono ben altri fattori inquinanti, di natura e origine diversa, che hanno minato la competitività del Paese almeno quanto il debito pubbico. E contro i quali né una banca nazionale, per grande che sia, né un imprenditore può fare un bel nulla.

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