Economia

Banche: oltre 15mila esuberi. Ecco perché i big del credito sono costretti a licenziare

Redditività ai minimi, boom dei conti online, problemi con gli esodati e costo del lavoro elevato spingono i maggiori istituti a ridurre il personale

(Credits: Imagoeconomica)

“Ti amo bancario”, recitava Luciana Littizzetto in un popolarissimo spot televisivo del SanPaolo Imi di qualche anno fa. Era un modo simpatico per rappresentare un mestiere molto ambito dall'italiano medio alla ricerca del posto fisso dietro a uno sportello, dove il licenziamento era quasi impensabile. Sarebbe assurdo, però, riproporre lo stesso slogan pubblicitario nei giorni nostri, di fronte all'ondata di tagli al personale che i principali istituti di credito del Belpaese hanno messo in cantiere nelle scorse settimane.

LA MAPPA DEI TAGLI.

L'ultima, in ordine di tempo, è stata Ubi Banca , che ha appena comunicato la volontà di lasciare a casa, a partire da settembre, ben 1.500 dipendenti a tempo pieno, dopo il mancato raggiungimento degli obiettivi contenuti nel piano industriale 2011-2013. L'istituto diretto da Victor Massiah, però, è in buona compagnia. Tutti i big del credito si stanno infatti muovendo più o meno nella stessa direzione.

Soltanto il Monte dei Paschi di Siena , per esempio, ha messo in agenda ben 4.600 esuberi, la Popolare di Milano ne ha programmati altri 800, seguita a distanza dalla Popolare di Bari (250 tagli), da Veneto Banca (246), da Banca Etruria (200) e dal Credito Valtellinese (150).  Anche i due colossi Unicredit e IntesaSanpaolo non sono certamente da meno: l'istituto guidato da Federico Ghizzoni dovrà presto gestire 1.800 esuberi mentre IntesaSanpaolo vuole ridurre i costi del personale di 250 milioni di euro, utilizzando “tutti gli strumenti di legge”, compresi appunto i tagli al numero dei dipendenti.

Persino le banche straniere, arrivate in Italia nei decenni scorsi con piani di sviluppo molto ambiziosi, stanno tirando pesantemente la cinghia: 60 posti di lavoro in meno sono stati infatti annunciati dalla filiale italiana della spagnola Bbva, altri 30 verranno eliminati da Deutsche Bank e circa 26 dal gruppo olandese Ing. Risultato: secondo le stime della Fisac-Cgil, nel settore creditizio italiano i posti a rischio sono più di 15mila.

PROFITTI A SINGHIOZZO.

A generare i tagli, è stato un mix concomitante di fattori, legati ovviamente alla crisi economica e finanziaria degli ultimi anni. Le banche del Belpaese faticano infatti sempre di più a macinare ricavi e profitti: la recessione ha  aumentato le sofferenze sui prestiti mentre le quotazioni dei titoli di stato, di cui gli istituti di credito hanno le casse piene, sono colate a picco con la crisi dei debiti sovrani europei, costringendo molti gruppi bancari a effettuare costose ricapitalizzazioni, imposte dall'Eba (European Banking Authority), l'autorità europea di vigilanza sul credito.

E così, alla fine i nodi sono arrivati al pettine: secondo i dati dell'Abi (Associazione bancaria italiana) i profitti di quasi tutti i maggiori istituti sono finiti sotto pressione e il loro Roe (return on equity), l'indice che misura la redditività del capitale investito, è sceso nel 2011 ai minimi storici, portandosi in media al 2,6% contro il 3,9% dell'anno precedente.

IL BOOM DELL'ONLINE E LA RIFORMA FORNERO.

Per questo, molti istituti oggi non hanno scelta: devono tagliare posti di lavoro, chiudere le agenzie e razionalizzare le aree di business. Anche perché, sullo sfondo della crisi, ci sono altri due fattori che danno una spinta ai licenziamenti. Il primo è l'ultima riforma previdenziale voluta dal ministro del welfare, Elsa Fornero, che ha spostato notevolmente in avanti la data di fuoriuscita dal lavoro, impedendo alle banche italiane di mettere in cantiere dei piani di mobilità fino al pensionamento, per liberarsi in maniera indolore dei dipendenti più anziani. Il secondo fattore è rappresentato dal boom dei conti correnti online, gestiti dalla clientela attraverso internet, che stanno crescendo a un ritmo di oltre il 10% all'anno, rendendo di fatto inutile l'operatività di molti impiegati allo sportello.

ADDIO POSTO FISSO.

I dipendenti delle banche italiane, che non sono certo i responsabili della crisi finanziaria, hanno qualche buona ragione per protestare di fronte all'ondata di licenziamenti. Nel nostro paese, infatti, il costo del lavoro medio per addetto, nel settore creditizio, non è assolutamente più alto che nel resto d'Europa: è pari infatti a 56.800 euro all'anno contro gli oltre 70mila della media continentale.

Nonostante questi dati, però, i lavoratori bancari devono comunque masticare amaro e rassegnarsi a rinunciare per sempre il mito del posto fisso. A testimoniarlo, del resto, sono anche i dati dell'organizzazione sindacale Fabi : già oggi, appena il 30% delle nuove assunzioni  nelle agenzie degli istituti di credito avviene con un inquadramento stabile, cioè a tempo indeterminato, mentre la stragrande maggioranza degli ingressi si perfeziona con contratti  a termine (29%), con l' apprendistato (13%), con il lavoro somministrazione (11%) o con i tirocini (6%).

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