Economia

Argentina: seguendo la strategia Kirchner rischia il collasso

La deriva nazionalista, isolazionista e protezionista della seconda potenza sudamericana rischia di riportare la crescita sotto il 3%

Cristina Fernandez de Kirchner

L'Argentina sta cambiando. E in pochi sembrano essersene accorti. Il solo fatto che appena un paio di mesi fa The Economist abbia scelto di non pubblicare nessuna statistica relativa ai dati dell'inflazione argentina ritenendoli manifestamente falsi dovrebbe farci riflettere. Ma il settimanale britannico non è l'unico a considerare questo grande paese sudamericano poco affidabile.

La maggior parte dei rappresentanti del G20 ha però individuato come unico responsabile della pericolosa deriva nazionalista, isolazionista e protezionista del paese la presidente Cristina Fernandez de Kirchner. Ma non riesce a capire come mai la donna che ai loro occhi sta progressivamente distruggendo quella che avrebbe le potenzialità per diventare una grande potenza sia così stimata all'interno dei confini nazionali.

Contro la Kirchner non si sono schierati soltanto spagnoli e inglesi, rimasti recentemente infastiditi, rispettivamente, per "l'espropriazione illeggittima" che ha colpito la compagnia petrolifera YPF, controllata dalla spagnola Repsol, e dall'intransigenza con cui il paese ha ricominciato a trattare la questione della sovranità delle "Falkland-Malvinas". Ma anche Giappone, Brasile e l'intera Europa, che la accusano di aver applicato una serie di provvedimenti restrittivi per le importazioni che rientrano nella categoria di "protezioniso illegale". Per non parlare degli Stati Uniti, dove il Senato sta considerando l'ipotesi di votare una risoluzione che condanno il "comportamento illegale" dell'Argentina, che da troppo tempo continua a lasciare senza risposta un centinaio di ordinanze inviate da tribunali americani per spingere le controparti argentine ad onorare i propri debiti nei confronti dei creditori statunitensi.

Alla Kirchner queste accuse non interessano. L'unica cosa che le sta a cuore è continuare a mantenere la stima (e i voti) dei suoi elettori. E per farlo si affida alla propaganda. Che sugli argentini, evidetemente, fa effetto. Non si contano le occasioni ufficiali in cui la Presidente ha sottolineato che "le potenze moderne e sviluppate che hanno cercato di imporci il loro modello oggi non sanno più che fare per evitarne il collasso".

I sondaggi sono favorevoli alla Kirchner. Del resto, sono stati lei e il marito Néstor prima di lei a risollevare l'Argentina dalla crisi del 2001. Mantenendo dal 2003 ad oggi un tasso di crescita del 7% (nel 2011 è stato sfiorato il 9%!) alimentato da consumi interni, spesa sociale e dai prezzi "più alti della media" a cui il Governo è riuscito a piazzare le esportazioni nazionali. L'Argentina di oggi pensa addirittura di potersi proporre come modello da emulare per la Grecia. Ricordando che la ripresa, dal 2003 in poi, è stata possibile anche grazie alla scelta di non ripagare i cento miliardi di dollari di debito accumulati negli anni precedenti. Dimostrando che non sempre i risultati migliori si ottengono con l'austerità.

Dall'estero, però, c'è chi crede che questa fiducia incondizionata nei confronti della Kirchner e delle sue strategie di politica economica potrebbe presto esaurirsi. Anche perché le scelte della Presidente, in un'ottica di medio-lungo periodo, non sono poi così efficaci. La crescita argentina rischia di crollare entro la fine dell'anno al 2,5%, per la prima volta negli ultimi dieci anni potrebbe essere registrato un deficit di bilancio pari all'1,6% del Pil. L'inflazione rischia di superare il 25%. E aiuti dall'estero di certo non arriveranno vista l'incertezza sulla sorte degli investimenti creati dal precedente Repsol...

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