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Economia

Marmo di Carrara, strana storia di un esproprio

Problemi e conseguenze dopo la clamorosa decisione della Regione Toscana di nazionalizzare le cave

Ha davvero del clamoroso la vicenda che vede protagonista il Consiglio regionale della Toscana che a sorpresa ha votato una legge che in pratica porta alla nazionalizzazione di tutte le cave di marmo che si trovano nel Comune di Carrara. Una decisione che ha fatto gridare le opposizioni consiliari “all’esproprio proletario” e al “ritorno dell’ideologia comunista”. E in effetti a memoria non si ricorda un provvedimento simile che negli ultimi decenni abbia di fatto soppiantato la proprietà privata, basandosi tra l’altro su un editto del 1751 della duchessa Maria Teresa Cybo-Malaspina.

Un elemento questo che aggiunge colore ad una vicenda che però di divertente ha ben poco: gli effetti infatti saranno molto drastici se si pensa che su 80 cave attive nel capoluogo versiliese, ben 65 hanno una porzione rilevante di proprietà privata e addirittura sette erano totalmente nelle mani di imprenditori privati. La prima conseguenza sarà dunque che le zone di escavazione in questione saranno sottoposte ad un regime di concessione, con il gettito derivante che finirà direttamente nelle casse del Comune di Carrara. E pare che sia stata proprio questa la logica che ha condotto il Consiglio regionale a questa, per certi versi ancora incredibile, decisione.

Da tempo infatti nella zona si consuma uno scontro aspro tra imprenditori del marmo e istituzioni locali a proposito di un nuovo piano paesaggistico che limiterebbe enormemente le attività future di escavazione. Una circostanza considerata un danno enorme non solo per l’economia locale, ma per tutta quella della Toscana, considerando che il marmo di Carrara rappresenta uno dei prodotti di punta dell’export regionale e che le maggiori commesse del settore arrivano proprio dall’estero. Ora però la giunta del presidente Enrico Rossi sembra aver rotto gli indugi, facendo un passo deciso verso un migliore equilibrio fra esigenze economiche e tutela ambientale. “L’obiettivo di questa legge è ricondurre lo sfruttamento di un bene pubblico alla certezza del diritto” ha affermato infatti Rossi.

Inoltre i maggiori introiti che la pubblicizzazione delle cave porterà nelle casse di Carrara, che oggi incassa 19 milioni di euro di oneri concessori, dovrebbe condurre  “a una perequazione necessaria che si tradurrà in benessere e servizi per il territorio” ha aggiunto il numero uno della giunta toscana. Ovvio immaginare comunque che a stretto giro scatteranno una serie di ricorsi, e c’è da scommettere che essi interesseranno non solo il Tar e il Consiglio di Stato, ma arriveranno fino alla Corte Suprema, visto che il provvedimento di nazionalizzazione sembra presentare a prima vista elementi di incostituzionalità. Una battaglia aperta dunque, che non spaventa però la giunta toscana, che anzi si augura che eventuali ricorsi possano servire “a fare completa chiarezza, una volta per tutte, su questa partita”.

Un’esigenza questa che tra l’altro riguarda tutto il nostro Paese. Il rischio più immediato infatti è che altre Regioni, sulla falsariga della Toscana, possano imbarcarsi in operazioni di questo tipo. Una previsione non proprio campata per aria se si pensa che a livello nazionale la regola è che le cave siano di proprietà privata e non pubblica. Dunque l’iniziativa della giunta toscana potrebbe davvero dare il via ad altre nazionalizzazioni. L’auspicio di tutti è dunque quello che, ferme restando le giuste esigenze di tutela ambientale, sia possibile trovare un equo compromesso con l’altrettanto insopprimibile diritto alla libera iniziativa imprenditoriale privata. Staremo a vedere cosa accadrà.  

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