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Lavoro

Voucher, perché cancellarli del tutto è un errore

Il governo ha preferito accontentare la Cgil. Ma rischia di lasciare senza tutele molti lavori occasionali di pensionati e disoccupati

Alla fine, contrariamente alle previsioni di qualche giorno fa, ha prevalso la soluzione più radicale. Niente riforma “blanda” dei voucher, nessuna regola morbida per limitarne l'uso. Il governo Gentiloni preferisce evitare lo scontro con la Cgil e, per disinnescare un referendum all'esito scontato, si appresta a cancellare per sempre dalla faccia della Terra, a partire dal 2018, i tanto vituperati voucher, i buoni-lavoro da almeno 10 euro l'uno (contributi compresi) che oggi servono per remunerare, almeno in teoria, lavori e lavoretti saltuari.

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Alla base di questa decisione del governo, secondo le ultime ricostruzioni di stampa, ci sono motivi squisitamente politici. L'azionista di maggioranza dell'esecutivo, cioè l'ex-premier Matteo Renzi, avrebbe infatti preferito accontentare la Cgil proprio per evitare un nuovo responso delle urne che, attraverso una vittoria dei Sì all'abrogazione dei voucher, sarebbe apparso come una nuova sonora bocciatura delle riforme realizzate dal suo governo. Aldilà di queste valutazioni elettoralistiche, però, resta senza risposta un interrogativo: ma era davvero necessario mandare per sempre in soffitta i voucher?

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Per la Cgil sì, perché questi strumenti di pagamento delle prestazioni di lavoro occasionale nascondono in realtà una nuova proliferazione del precariato. In altre parole, per il sindacato rosso ci sono molte aziende che usano i voucher per nascondere il lavoro nero e per assumere gente con un inquadramento traballante, pagandola senza un regolare contratto (fosse anche a tempo determinato, part-time o stagionale). Non a caso, sottolinea la Cgil, negli ultimi anni i buoni-lavoro hanno vissuto un vero e proprio boom: nel 2016 ne sono stati venduti in totale più di 145milioni, contro gli appena 500mila circa del 2008. Questi numeri, per il sindacato di Susanna Camusso, dimostrano chiaramente come i voucher siano uno strumento abusato giacché una crescita così impetuosa non trova una piegazione plausibile, se non appunto nel loro uso troppo disinvolto da parte delle aziende.

Ma stanno davvero così le cose?
Ci sono molti buoni motivi per essere dubbiosi visto che, come tutte le statistiche, anche quelle sui voucher possono essere lette in tanti modi diversi. È sufficiente la crescita impetuosa dei buoni lavoro per ritenerli responsabili di nuove forme di sfruttamento e di precariato? Chi ci assicura che questi strumenti non siano invece utilizzati per remunerare prestazioni che prima venivano svolte in nero e senza diritti? Oltre ai numeri grezzi che attestano il boom dei voucher, infatti, bisognerebbe andare a guardare altre cifre. Ci sono per esempio quelle ricordate nei mesi scorsi dalla Cgia (la confederazione degli artigiani) di Mestre che ricordano come le 145 milioni di ore di lavoro remunerate nel 2016 con i voucher rappresentino meno dell'1% dei 29 miliardi di ore lavorate complessivamente ogni anno in Italia.

Poi ci sono in numeri evidenziati da Giuliano Cazzola, nel sito Formiche.net, dove riporta le rilevazioni dell'Osservatorio sul precariato dell'Inps (dati aggiornati al 2015). Soltanto il 2,2% di chi lavora coi voucher, per esempio, incassa con questi buoni più di 2.200 euro all'anno. Più della metà dei prestatori d'opera, invece, guadagna appena 217 euro ogni 12 mesi. Perché dunque dovremmo pensare che sia necessariamente precariato nascosto? Non può trattarsi invece di persone che ogni tanto si arrangiano veramente con qualche lavoretto remunerato con strumenti flessibili come i voucher? (i quali, tra l'altro, garantiscono comunque dei diritti come il versamento dei contributi previdenziali e contro gli infortuni)

I dati dell'Inps attestano anche che, tra le persone remunerate con i voucher, nel 2015 c'erano ben 100mila pensionati e 750mila disoccupati percettori di ammortizatori sociali come la cassa integrazione o il sussidio ordinario ai senza lavoro. In particolare, i disoccupati hanno iniziato a usare in abbondanza i voucher dopo una legge del 2012, la Riforma Fornero, che ha voluto liberalizzarli proprio per agevolare lo svolgimento di qualche prestazione occasionale da parte di chi è senza lavoro, senza fargli perdere il diritto a beneficiare degli ammortizzatori sociali. Quando i voucher saranno aboliti, come verranno pagati tutti questi soggetti, pensionati o disoccupati, per le prestazioni occasionali che svolgono? Siamo sicuri che i loro datori di lavoro siano pronti a redigere un regolare contratto?

Prima di passare alle soluzioni drastiche come la cancellazione dei buoni lavoro, forse sarebbe stato meglio fare ciò che ha suggerito Pietro Ichino, sanatore del Pd, in una intervista al Corriere della Sera: compiere uno studio approfondito per verificare dove e in che misura i voucher hanno sostituito lavoro regolare o hanno fatto emergere lavoro nero o, ancora, dove hanno portato alla nascita di prestazioni occasionali che altrimenti non sarebbero state svolte. Inoltre, prima di passare alle misure drastiche, sarebbe stato meglio analizzare in maniera più compiuta le regole introdotte di recente dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Nei mesi scorsi, infatti, i voucher sono stati resi tracciabili obbligando chi li usa a registrare con precisione (e a comunicare per via telematica) l'ora di inizio e di termine della prestazione occasionale, rendendo così la vita un po' più difficile ai furbetti che se ne avvalgono per mascherare il lavoro nero.

“Non bisogna demonizzare i voucher ma piuttosto sarebbe meglio limitarne l'uso ad alcuni settori”, ha detto nei mesi scorsi Paolo Zabeo, responsabile dell'ufficio studi della Cgia, uno che conosce bene le esigenze delle piccole imprese, soprattutto di quelle artigiane. Alla fine, però, la soluzione ragionevole è stata accantonata, per evitare un referendum dall'altissima valenza politica che avrebbe riacceso i conflitti tra il Partito Democratico, il resto della sinistra e il sindacato: “Politique d'abord”, dicono i francesi, la politica viene prima di tutto.

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