Lavoro

Stipendi: i piani di Letta per alzarli e le buste paga leggere degli italiani

Il governo studia misure per dare fiato alle buste paga, partendo da quelle più basse. Ma uno studio rivela che il 13% dei lavoratori prende meno del minimo sindacale

Il premier Enrico Letta nell'abbazia di Spineto (Credits:Ansa)

Un credito di imposta (cioè uno sconto fiscale) per far crescere i salari più bassi. E' una delle tante misure che il governo Letta , riunitosi in questi giorni all'abbazia di Spineto, sta studiando da tempo per dare un po' di respiro alle buste-paga dei lavoratori italiani e al bilancio delle famiglie. Per adesso, si tratta soltanto di una semplice ipotesi che deve ancora essere trasformata in un provvedimento concreto. Tuttavia, il tema delle retribuzioni (che nel nostro paese sono troppo basse e sono divorate da tasse e contributi) sembra comunque ai primi posti nell'agenda del nuovo esecutivo, assieme alla lotta alla disoccupazione giovanile e alla cancellazione dell'imu sulla prima casa.

I PIANI DEL GOVERNO CONTRO LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE

LE TASSE SUI SALARI

Il compito del governo non sarà certamente facile poiché le retribuzioni degli italiani sono divorate ogni anno da una montagna di tasse e contributi, che rendono sempre più urgente la necessità di un taglio al cuneo fiscale, cioè alla differenza tra il salario lordo pagato dalle imprese e quello netto percepito realmente dai lavoratori in busta paga. E' probabile, dunque, che un eventuale taglio al cuneo fiscale (se mai ci sarà) si concentrerà soprattutto sui redditi medio-bassi.

Per restituire potere di acquisto alle famiglie, però, il governo ha di fronte a sé anche un altro problema da non sottovalutare. E' la presenza nel nostro paese di molte persone con un salario eccessivamente basso (anche al lordo delle tasse), inferiore persino al livello minimo previsto dai contratti collettivi di lavoro. A dirlo è un'analisi pubblicata in questi giorni sul sito LaVoce.info da Andrea Garnero, economista del lavoro alla Paris School of Economics e all’Université Libre de Bruxelles.

Benché in Italia non esista un salario minimo stabilito dalla legge, come in altri paesi, i livelli delle retribuzioni vengono comunque per lo più regolati dai contratti collettivi di lavoro, firmati nei singoli settori dalle imprese e dai sindacati, i quali fissano sempre una “soglia di base” per la busta paga. Peccato, però, che questa garanzia non riesca a tutelare a sufficienza moltissimi lavoratori: secondo l'analisi di Garnero, infatti, ben il 13% dei dipendenti italiani riceve probabilmente un salario inferiore ai minimi contrattuali, con punte di oltre il 40% nel settore dell’agricoltura, del 30% nelle costruzioni e di oltre il 20% nelle attività artistiche e di intrattenimento o negli hotel e nei ristoranti.

Eppure, secondo l'economista de LaVoce.info, i salari minimi italiani stabiliti dai contratti collettivi sono di per sé tra i più alti d'Europa, almeno se vengono messi in relazione al potere di acquisto e al tenore di vita dei rispettivi paesi. Il guaio è che, a detta di Garnero, in Italia ci sono tre fenomeni concomitanti che spesso fanno scendere le retribuzioni: c'è un'ampia diffusione del lavoro nero o di contratti anomali e precari non coperti dagli accordi collettivi di lavoro e ci sono anche molte aziende che, per errore o per volontà, danno ai dipendenti una paga inferiore al minimo salariale. Non sarà facile, per il governo Letta, affrontare di petto questo problema.

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