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Lavoro

Produttività: le ragioni della Camusso e quelle di Passera

Le posizioni della Cgil e del governo a confronto, dopo l'ultima intesa tra le parti sociali bocciata dal sindacato rosso

I ministri Fornero e Passera con la leader della Cgil Susanna Camusso (Credits: Guido Montani/Ansa)

Una posizione incomprensibile. Così il ministro per lo Sviluppo Economico, Corrado Passera , ha liquidato senza mezze misure il secco no della Cgil all'ultimo accordo sulla produttività siglato dalle parti sociali, cioè dai rappresentanti delle imprese, dalla Cisl, dalla Uil e dall' Ugl. Dal canto suo, il sindacato di Susanna Camusso non sembra proprio intenzionato a fare un passo indietro e definisce l'intesa appena siglata “un accordo deludente, che continua a scaricare il prezzo della crisi sulle spalle dei lavoratori”, mettendo a rischio i salari. Ecco, nel dettaglio, quali sono le posizioni del governo e della Cgil sui punti più importanti dell'intesa

COSA PREVEDE L'ACCORDO

PREMI DI PRODUZIONE.

Il ministro Passera ha più volte evidenziato lo sforzo economico del governo, che ha messo sul piatto 2,1 miliardi di euro per detassare i salari di produttività. In altre parole, i premi di produzione erogati dalle aziende ai propri dipendenti (che hanno un reddito inferiore a 40mila euro annui) saranno sottoposti a un prelievo fiscale ridotto, pari al 10%.

LE ALTE TASSE SUL LAVORO IN ITALIA

Per la Cgil l'impegno del governo non è sufficiente. Occorre anche detassare le tredicesime per far ripartire i consumi e rilanciare l'economia. A pagare il prezzo della crisi, infatti, secondo Camusso sono stati finora soprattutto i lavoratori dipendenti, che adesso devono beneficiare di un recupero del loro potere di acquisto.

SALARI.

L'accordo appena stipulato rafforza notevolmente i contratti aziendali o di secondo livello, che potranno determinare la dinamica dei salari in deroga agli accordi collettivi nazionali, siglati in ogni singola categoria. Per il governo, si tratta di una misura che permette di adattare meglio le retribuzioni alle esigenze delle singole imprese. Il ministro Passera, infatti, ha sottolineato più volte che gli incrementi degli stipendi, in Italia, sono troppo spesso legati a fattori (come gli scatti di anzianità) totalmente slegati dal tasso di produttività dei lavoratori.

LA SCARSA PRODUTTIVITA' DEL LAVORO IN ITALIA

Per la Cgil c'è il rischio che il depotenziamento dei contratti nazionali comporti una riduzione dei delle retribuzioni per molti lavoratori. Il rafforzamento degli accordi aziendali, infatti, potrebbe portare a un abbassamento del salario minimo per quei dipendenti che hanno un contratto di secondo livello (non tutti ce l'anno). Inoltre, secondo Camusso, l'intesa appena siglata tra le parti sociali non tutela a sufficienza il potere di acquisto degli stipendi. Su questo punto, invece, il testo dell'accordo è molto generico e dice che gli aumenti in busta paga dovranno “tenere conto delle tendenze generali dell'economia, del mercato del lavoro, del contesto competitivo internazionale e dell'andamento specifico di ogni settore”. Dunque, in determinate condizioni, c'è il rischio che gli stipendi subiscano un aumento non allineato alla crescita dei prezzi.

ORARI E MANSIONI.

I contratti  aziendali potranno regolare gli orari, i turni e le mansioni dei dipendenti in contrasto con le leggi nazionali. Anche in questo caso, il governo e il ministro Passera ritiene il testo dell'accordo una novità positiva, che tiene conto delle esigenze dell'impresa, evitando che i contratti di secondo livello restino imbrigliati nelle maglie di regole nazionali troppo rigide.

Secondo la Cgil, c'è il rischio che queste disposizioni portino a un demansionamento dei  lavoratori: nello specifico, molti dipendenti potrebbero essere destinati a mansioni di ordine inferiore o potrebbero subire una riduzione dell'orario, con un conseguente abbassamento dei salari. Oggi, infatti, il demansionamento è esplicitamente vietato (seppur con alcune eccezioni) dalla legge, cioè dal codice civile e dallo Statuto dei Lavoratori.

RAPPRESENTATIVITA'.

Il sindacato di Susanna Camusso avrebbe voluto che l'accordo sulla produttività specificasse chiaramente quando una organizzazione sindacale può e deve partecipare alle trattative per la firma del contratto aziendale. Nel testo dell'intesa, invece, non c'è scritto nulla e si rinviano tutte le decisioni a un futuro accordo da stipulare entro il prossimo 31 dicembre. La Cgil pretende invece che si rispetti un accordo già siglato nel 2011, che consente di partecipare al tavolo delle trattative aziendali a tutte le organizzazioni sindacali che rappresentano almeno il 5% dei lavoratori. In questo modo, non accadrebbe quello che è già successo alla Fiat dove la Fiom (la federazione dei metalmeccanici della Cgil) è stata esclusa dai negoziati.

Su questo punto, va ricordato che il governo non ha assunto una posizione ben precisa. Sono state infatti le parti sociali, e in particolare le sigle imprenditoriali, a voler affrontare la questione in un secondo momento, cioè entro la fine dell'anno.

IL NEGOZIATO SULLA PRODUTTIVITA'

TUTTO SULL'ULTIMA RIFORMA DEL LAVORO

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