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Lavoro

Pensioni da fame per i precari. L'allarme della Corte dei Conti

Perché la magistratura contabile invita a occuparsi del futuro previdenziale dei giovani che non hanno un lavoro stabile

Una manifestazione di lavoratori precari (Credits: Ansa Photo)

Vivere da precari per ricevere poi una pensione da fame. E' il rischio che corrono molti lavoratori italiani e che è stato paventato ieri dalla Corte dei Conti, in un appello rivolto all'Inps e, indirettamente, anche al governo.

“Le crescenti forme di instabilità nel mercato del lavoro, nei posti e nelle retribuzioni, incideranno sui futuri trattamenti pensionistici, soprattutto per le fasce più deboli della popolazione, cioè i giovani e le donne”. E' questa, in sostanza, l'analisi impietosa fatta dai magistrati contabili, durante la presentazione dell'ultimo rapporto sui conti dell'Inps. Di conseguenza, la corte presieduta da Luigi Giampaolino invita a monitorare attentamente gli effetti della riforma pensionistica del governo Monti, entrata in vigore nel dicembre del 2011.

LA RIFORMA DELLE PENSIONI DI ELSA FORNERO

A dire il vero, a mettere a rischio le pensioni dei precari non è affatto l'ultima manovra previdenziale che porta la firma del ministro del welfare, Elsa Fornero . La responsabilità maggiore va in realtà imputata a un'altra riforma: quella approvata nel 1995 dal Governo Dini, che ha introdotto il sistema contributivo, cioè un nuovo metodo di calcolo delle pensioni pubbliche. In futuro, gli assegni erogati dall'Inps dipenderanno esclusivamente dalla quantità di contributi versati nel corso di tutta la carriera e non più, come avveniva fino alla metà degli anni '90, dalla media degli ultimi redditi dichiarati prima di mettersi a riposo (sistema retributivo).

IL PREZZO DEL PRECARIATO.

Dunque, non è difficile comprendere a quale rischio sono esposti i precari italiani: chi oggi lavora a “spizzichi e bocconi”, cioè attraversa lunghi periodi di disoccupazione e riceve uno stipendio basso, versa anche pochi contributi, con una prospettiva inevitabile: quella di ricevere dall'Inps, durante la vecchiaia, un assegno ridotto lumicino. Come se non bastasse, va ricordato pure che la riforma Dini non prevede l'esistenza di una pensione minima, che oggi viene invece erogata a milioni di nostri connazionali disagiati. E così, secondo diverse stime delle società di analisi e ricerca, parecchi giovani che oggi hanno una carriera instabile rischiano di percepire in vecchiaia una rendita previdenziale inferiore di almeno il 50%, rispetto agli ultimi redditi dichiarati prima di mettersi a riposo.

GLI EFFETTI DELLA RIFORMA DINI DEL 1995

Ma c'è anche un altro aspetto preoccupante che, ieri, è stato messo in evidenza dai magistrati della Corte dei Conti. Quei giovani che riceveranno una pensione da fame nei decenni a venire, oggi in realtà tengono in piedi i conti di tutto il sistema previdenziale italiano, cioè contribuiscono in maniera determinante a pagare le pensioni dei loro genitori o dei loro nonni. E' bene ricordare, infatti, che il bilancio dell'Inps è diviso in tanti fondi diversi, che corrispondono ciascuno a una specifica categoria professionale. C'è per esempio il fondo degli agricoltori, dei commercianti o degli artigiani e, fino all'anno scorso, c'erano pure quelli dei dirigenti d'azienda, dei lavoratori elettrici o dei telefonici (poi soppressi). Ebbene, queste gestioni sono quasi tutte in passivo, con un rosso di parecchi miliardi di euro ciascuna. In altre parole, la quantità di contributi versati dai lavoratori ancora attivi non basta a pagare le pensioni di chi si è già messo a riposo. Nell'ultimo anno, poi, la situazione si è aggravata ulteriormente da quando l'Inps ha accorpato (dal gennaio scorso) l'Inpdap, l'istituto di previdenza dei dipendenti pubblici, che ha portato in dote un passivo di oltre 6 miliardi di euro.

IL BUCO NEI CONTI DELL'INPS

Nel bilancio dell'istituto di previdenza,c'è soltanto un fondo che scoppia di salute e che presenta da anni un attivo molto consistente, di ben 7 miliardi di euro. Si chiama Gestione Separata ed è proprio il fondo in cui versano i soldi i lavoratori parasubordinati, cioè quelli assunti con un contratto flessibile e precario come le collaborazioni a progetto, a cui si aggiungono alcune categorie di autonomi con partita iva , non iscritti ad appositi ordini e albi professionali. Senza i contributi versati dai precari, dunque, i conti dell'Inps finirebbero a gambe all'aria.

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