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Pensioni, perché l'Inps ha una perdita di 10 miliardi l'anno

Il presidente del consiglio di vigilanza dell'Istituto parla di situazione “non rassicurante”. Ma gli assegni pensionistici non sono affatto a rischio

Circa 10 miliardi di euro all'anno, per 10 anni di fila. E' la perdita da capogiro che potrebbe registrare l'Inps tra il 2016 e il 2025, dopo aver già chiuso in rosso anche i bilanci del 2015, per un totale di quasi 7 miliardi . A dirlo, in un'audizione alla Camera, è stato Pietro Iocca, che nell'istituto della previdenza presiede il Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ), un organo composto da rappresentanti sindacali (lo stesso Iocca viene dalla Cisl) oltre che da esponenti dei ministeri e delle associazioni di categoria.


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Iocca ha parlato di situazione “non rassicurante” che va “attenzionata e monitorata”, usando toni che certo non fanno dormire sonni tranquilli ai pensionati italiani. Come se non bastasse, durante la sua audizione a Montecitorio, il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza ha parlato di “un arretramento” nell’erogazione dei servizi da parte dell’Inps “che lascia perplessi”, facendo anche riferimento ai tagli del personale messi in cantiere negli ultimi anni, a colpi di austerity e spending review.


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Prima di fare allarmismi, però, sarebbe bene sottolineare alcuni particolari importanti, che fanno capire perché l'Istituto di previdenza ha in conti in rosso e perché li avrà ancora per molti anni, senza tuttavia che venga messo rischio il pagamento delle pensioni. Innanzitutto, va ricordato che l'Inps non è un'azienda privata che rischia di fallire,qualora chiudesse per molti anni i bilanci con il segno meno. A ripianare il passivo, infatti, ci pensa sempre lo stato, che utilizza semplicemente l'Inps come veicolo per pagare le pensioni, maturate dai cittadini in base a precise disposizioni di legge.


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Già oggi, per esempio, l'istituto di previdenza deve pagare ogni anno circa 267-268 miliardi di euro di assegni pensionistici. Per coprire questa spesa, vengono utilizzati i contributi previdenziali versati dai lavoratori in attività che, tuttavia, non superano i 210-211 miliardi di euro. I soldi che mancano arrivano infatti dai trasferimenti statali che, soltanto nel 2014, hanno superato i 99 miliardi di euro, di cui meno di 60 miliardi sono serviti per pagare gli assegni pensionistici, mentre la restante quota è stata destinata ad altre uscite, come le prestazioni assistenziali ai disoccupati.


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Già oggi, insomma, le pensioni degli italiani sono in buona parte liquidate grazie ai trasferimenti statali, cioè non sono coperte dai contributi e sono a carico della fiscalità generale. Inoltre, non va dimenticato che il rosso di bilancio evidenziato da Iocca è dovuto in buona parte alle gestioni dell'Inpdap, l'ente previdenziale dei dipendenti pubblici, che è stato assorbito dall'Inps negli anni scorsi. Confluendo nell'ente più grande, l'Inpdap ha portato in dote un disavanzo di quasi 6 miliardi di euro all'anno, che già esisteva in passato e che è sempre stato coperto dallo Stato. A ben guardare dunque, il presidente del Consiglio di Vigilanza non ha raccontato nulla di nuovo: a reggere i conti degli enti previdenziali e a pagare le pensioni dei lavoratori, da molti anni a questa parte, è sempre la mano pubblica. I contributi dei lavoratori, da soli, purtroppo non sono sufficienti.

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