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Lavoro

Pensioni: come cambieranno nei prossimi anni

La Legge di Stabilità proroga al 2018 il sistema di indicizzazione al carovita ideato dal governo Letta. Penalizzati gli assegni sopra i 2 mila euro lordi

Doveva essere una misura temporanea, in vigore sino al 2016, ma non sarà così. Durerà almeno sino al 2018 il particolare sistema di indicizzazione delle pensioni all'inflazione, ideato negli anni scorsi dal governo Letta. Si tratta di un meccanismo che penalizza gli assegni superiori a tre-quattro volte il trattamento minimo, cioè a 1.500-2mila euro lordi al mese (1.200-1.500 euro, al netto delle tasse). L'esecutivo guidato da Matteo Renzi ha deciso di mantenere in vigore tale sistema, poiché assicura un po' di risparmi di spesa necessari coprire gli altri interventi messi in cantiere sul fronte della previdenza: il part-time agevolato per i lavoratori anziani, l'ampliamento della no tax area per i pensionati meno ricchi e l'opzione Donna, che consente alle lavoratrici italiane di mettersi a riposo con 57-58 anni di età e 35 anni di contributi, seppur con molte penalizzazioni sull'assegno.


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Per capire la ragione che ha indotto il governo a prendere questa decisione, con una misura ad hoc inserita nella Legge di Stabilità 2016, occorre fare una premessa importante. Ogni anno, per legge, l'importo delle pensioni liquidate dall'Inps e dagli altri enti previdenziali si rivaluta in base all'inflazione, cioè all'aumento dei prezzi al consumo dell'anno precedente, con un meccanismo che in gergo tecnico si chiama perequazione automatica. Per contenere un po' la spesa, tuttavia, i governi hanno spesso modificato nel tempo la perequazione automatica. L'esecutivo di emergenza guidato da Mario Monti, per esempio, nel 2012 e 2013 addirittura bloccò del tutto le rivalutazioni degli assegni pensionistici sopra i 1.400 euro lordi, con un provvedimento che è stato successivamente bocciato dalla Corte Costituzionale. Poi è arrivato il governo Letta che, tra il 2014 e il 2016, ha introdotto un nuovo sistema di perequqazione automatica, che penalizza appunto chi guadagna più di 1.500-2mila euro al mese. Il governo Renzi aveva promesso ai sindacati di eliminare questo meccanismo a partire dal 2017 ma si è dovuto rimangiare la parola, perché ha bisogno di soldi da spendere su altri fronti, compreso quello delle pensioni.


Come si rivalutano gli assegni (da qui al 2018)


Dunque, per altri due anni, le pensioni degli italiani si rivaluteranno nel modo seguente:

- Gli assegni fino a 3 volte il trattamento minimo, cioè non superiori a 1.500 euro al mese lordi (circa 1.200 euro netti) avranno la piena indicizzazione all'inflazione. Nel caso di un rincaro dei prezzi dell'1-2%, ad esempio, l'aumento annuo sarà attorno a 15-30 euro lordi mensili (10-20 euro netti).


- Le pensioni tra tre e 4 volte la minima, cioè tra circa 1.500 e 2mila euro lordi al mese (1.200-1.500 euro netti) cresceranno di una quota pari al 95% dell'inflazione.


-Le rendite tra 4 e 5 volte la minima (2mila-2.500 euro lordi e 1.500-1.800 euro netti) avranno una rivalutazione pari al 75% del caroprezzi.


-Gli assegni tra 5 e 6 volte il trattamento minimo (2.500-3mila euro lordi cioè 1.800-2.100 euro netti), cresceranno ogni anno di una quota pari al 50% dell'inflazione.


-Infine, un pensionato che guadagna più di 3mila euro lordi al mese, che corrispondono a poco più di 2.100 euro netti, beneficerà di una rivalutazione annua pari al 45% dell'inflazione. Se per esempio i prezzi saliranno dell'1-2%%, l'assegno crescerà solo dello 0,45-0,9%. In questa fascia di reddito, l'aumento sarebbe dunque di circa 8-15 euro netti al mese: qualche spicciolo, o poco più.


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