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Lavoro

Pensioni anticipate, quando servono e quando no

Il presidente dell'Inps Boeri ripropone di rendere flessibile l'età pensionabile, per garantire più occupazione ai giovani. Ma i benefici sono dubbi

Più flessibilità nei criteri di accesso alla pensione, per aiutare i giovani. E' questa, in sostanza, la proposta rilanciata oggi dal presidente dell'Inps, Tito Boeri, durante una intervista alla trasmissione Radio Anch'io. Boeri ha commentato anche gli ultimi dati sul mercato del lavoro diffusi ieri dall'Istat, che sono nel complesso positivi ma presentano diversi punti in chiaroscuro. Nell'ultimo trimestre, infatti, il numero di occupati è cresciuto in Italia di 180 mila unità ma l'incremento si è concentrato soprattutto nella fascia anagrafica degli ultracinquantenni (+5,8%), mentre c'è stato un calo tra la popolazione di età compresa tra i 15 e i 34 anni (-2,2%). Questa distribuzione dei numeri è da imputare in parte alla riforma previdenziale del dicembre 2011, che porta la firma dell'ex-ministro Fornero e che ha innalzato notevolmente l'età del pensionamento, portandola per molte categorie sopra i 66 anni. L'occupazione tra gli over 50, dunque, aumenta anche perché molti italiani sono costretti a rimanere in attività in età avanzata, non potendo andare in pensione coi più generosi requisiti di prima.


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Dunque, a rigor di logica, consentendo ai più anziani di mettersi a risposo prima del previsto, si libererebbero un po' di posti di lavoro per fare spazio ai giovani, che purtroppo faticano ancora a trovare un impiego stabile. Questo è ciò che suggeriscono da tempo i sindacati, i quali sembrano oggi aver trovato una sponda anche nelle parole di Boeri. Peccato, però, che diverse analisi elaborate in passato dallo stesso presidente dell'Inps facciano pensare al contrario. Circa due anni fa, per esempio, Boeri ha scritto nel sito Lavoce.info, assieme al suo collega economista Vincenzo Galasso, un articolo in cui criticava severamente l'ipotesi di una staffetta-generazionale nelle aziende tra giovani e anziani, ipotizzata dall'allora premier Enrico Letta. “La staffetta generazionale proposta dal governo si basa sull’idea che, per dar lavoro ai giovani, sia necessario toglierlo agli anziani”, scrivevano Boeri e Galasso, richiamando poi alla memoria le politiche in voga negli anni '70 e '80 del secolo scorso, quando alle imprese era consentito di mandare in pensione anticipata i lavoratori più “vecchi”, spesso anche solo cinquantenni, per far posto ai nuovi occupati.


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“Come ben sappiamo” scrivevano su Lavoce.info Boeri e Galasso, “queste politiche si sono rivelate disastrose: la disoccupazione è aumentata sia tra i giovani che tra le persone anziane”. Per quale ragione? Semplicemente perché, come evidenziato da diversi studiosi, il mercato del lavoro non è statico, cioè non è una stanza chiusa con la fila di fuori, dove  entra qualcuno appena esce qualcun altro, come in un ambulatorio medico. Se l'economia non cresce e le prospettive future sono negative, per esempio, un'azienda che vede un proprio dipendente andare in pensione non è affatto intenzionata a rimpiazzarlo subito con un giovane, soprattutto quando quest'ultimo manca dell'esperienza necessaria a svolgere certe mansioni. La pensa così anche Andrea Moro, economista dell'Università Ca'Foscari di Venezia che, sulle pagine del blog Noisefromamerika, ha bollato come una delle “tante favole vetero-sindacaliste”, l'idea di pre-pensionare gli anziani per fare largo ai giovani. Per dimostrare la sua tesi, Moro ha analizzato i dati sul mercato del lavoro negli ultimi decenni di ben 35 paesi diversi, evidenziando come non vi sia affatto una correlazione inversa tra l'occupazione giovanile e quella degli anziani. Anzi, secondo le cifre elaborate da Moro, un numero maggiore di posti di lavoro tra gli adulti ha comportato in passato anche anche una maggiore occupazione giovanile.


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E allora, viene da chiedersi, perché Boeri rilancia oggi l'idea consentire agli italiani con i capelli bianchi di mettersi a riposo prima del previsto? La risposta la si trova probabilmente in quanto scritto da un altro economista della Bocconi, Roberto Perotti, sempre sulle pagine de Lavoce.info. In realtà, secondo Perotti, ridurre l'età pensionabile favorisce l'occupazione tra i giovani nel breve periodo. Il problema è però quel che accade (o può accadere) nel medio e lungo termine. Per finanziare la maggior spesa previdenziale causata dall'abbassamento dell'età pensionabile, il governo è costretto a incrementare le tasse e i contributi su ogni occupato, con un conseguente aumento del costo del lavoro. Dopo un po' di anni, dunque, secondo Perotti la disoccupazione ha buone probabilità ditornare di  nuovo a crescere, in tutte le fasce anagrafiche: vecchi, giovani e persone di mezz'età.


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