Lavoro

Nerio Alessandri: "Ragazzi, andate all’estero ma per poco. Il futuro è qui in Italia"

La lezione del fondatore della Technogym: "Seguite i vostri sogni, fate pure un’esperienza in altri paesi, poi tornate. Come noi non c’è nessuno"

Nerio Alessandri fondatore di Technogym (Credits: Bryan Bedder/Getty Images for Technogym USA Corp)

Quando la telefonata di Panorama lo raggiunge, Nerio Alessandri sta per mettersi a tavola con i figli e alcuni loro amici, età media fra i 20 e i 30 anni. Anni di sogni e speranze, di voli pindarici capaci però di schiantarsi contro il muro di una crisi che ha trasformato una generazione illusa di avere tutto in una terrorizzata dalla prospettiva di non avere più nulla.

Tutti gli indicatori economici, demografici e sociali ci raccontano che è dal dopoguerra che questa fetta di popolazione non se la passa così male, e che oggi come allora reagisce allo stesso modo: emigra, stavolta non in cerca di pane in senso stretto (quello non manca, non ancora) ma di prospettive, opportunità, soddisfazione personale, meritocrazia. Lasciandosi dietro un Paese allo sbando e una rabbia che qualsiasi istituzione sembra preferire ignorare piuttosto che impegnare come leva. Di giovani capaci di rimboccarsi le maniche Alessandri ne sa qualcosa, visto che con la sua Technogym di Cesena è diventato leader mondiale nel settore delle attrezzature per il fitness dopo essere partito da un garage («Non metaforico, eh, era proprio il box dove i miei tenevano la macchina: gliel’ho fatta parcheggiare fuori per un po’ mentre io dentro costruivo cyclette»).

Certo, sono passati trent’anni giusti giusti, ed equiparare i due contesti di riferimento è praticamente impossibile. Ma di fronte ai dati da Armageddon su produzione industriale, disoccupazione giovanile e fuga dei nostri cervelli, e al netto dei pranzi in famiglia, l’imprenditore con la valigia abituato a scrutare i trend mondiali resta uno dei migliori interlocutori ai quali affidare una lettura in controtendenza della situazione. E, perché no, al quale chiedere anche qualche consiglio utile per quella folla di giovanissimi senza bussola ma con tanta voglia di scappare. «Una voglia di scappare» attacca «su cui il sistema Italia rischia di avvitarsi perché si è creato un equivoco di fondo».

Quale?
Ritenere che il problema sia la fuga.

Non lo è?
Tutt’altro: un’esperienza all’estero, sia essa d’istruzione, di ricerca o di lavoro, è estremamente salutare, fa crescere dal punto di vista umano ed è in grado di ampliare prospettive, network di contatti, idee. Personalmente la consiglio a chiunque.

Qual è il problema, dunque?
Che una volta espatriati i nostri migliori talenti non rientrano più.

Difficile dare la colpa a loro.
Il sistema non funziona, certo. Ma funzionerà sempre peggio se chi reclama meritocrazia, crescita, spazi di iniziativa e possibilità di business rimane a cercarli altrove, guardando da lontano l’Italia che affonda.

Il messaggio è «ragazzi, restate qua»?
Esattamente. Nessuno può promettere l’Eldorado a chi oggi si affaccia al mondo del lavoro, soprattutto in un momento come questo, ma per chi ci crede e non molla le opportunità continueranno a non mancare.

Facciamo un giochino. Sono un giovane al primo biennio di università e vorrei immaginare il mio futuro lavorativo in Italia. Cosa mi consiglia? Su quali specializzazioni dovrei puntare?

La domanda è mal posta. Io le consiglierei in primo luogo di seguire i suoi sogni, le sue aspirazioni, le passioni. Senza quelle non si va da nessuna parte.

Non ha paura che seguendo le aspirazioni continueremo a sfornare filosofi e laureati in comunicazione e nessun Zuckerberg?
Si può fare innovazione in qualsiasi settore, anche in quelli a noi più vicini, senza forzature o scimmiottamenti di sistemi altrui. Perché dobbiamo pretendere di portare qui la Silicon Valley, quando abbiamo un patrimonio di eccellenze, dal turismo alla cultura passando per la moda e l’enogastronomia, dove l’innovazione latita e la messa in rete delle competenze basterebbe da sola a muovere sensibilmente il Pil?

Difficile che questo basti a fare presa su una generazione disillusa. Proviamo a dare qualche dritta in più...
Vuole un decalogo? Le prime due regole, quelle fondamentali, gliele ho già illustrate: lasciarsi guidare dai sogni e farsi un’esperienza internazionale, ma finalizzata al ritorno.

Che mete consiglierebbe?
Tutto dipende da cosa si ha in mente, ma in linea generale consiglierei a chiunque non abbia ancora le idee chiare di lasciare perdere i paesi anglofoni e anche quelli dove la crescita ha già stabilito traiettorie precise, come Brasile, India, Cina e Corea. Meglio puntare sugli emergenti di domani, quelli dove la classe dirigente si sta formando ora mentre spazi e stimoli sono ancora immensi: Messico, Vietnam, Colombia, Angola. Chi vuole cogliere le opportunità dei prossimi 20 anni nei settori dove siamo già leader dovrà guardare a loro.

Sarà sempre il made in Italy a salvarci?
Il made in Italy non è una merce come tutte le altre, ma un concetto di lifestyle. L’unico concetto che altri fanno fatica a copiare, l’unico elemento che non sarà mai delocalizzabile. Le sembrerà un paradosso ma credo che su questo fronte ci siano più opportunità ora di quando ho cominciato io.

Completiamo il decalogo ripartendo da qui. Quali sono i concetti che l’hanno ispirata allora e che oggi trasmetterebbe a un suo alter ego poco più che ventenne?
Formazione continua, rischio, curiosità. Senza questi tre elementi non si comincia neppure. E nemmeno si finisce se poi non si mettono sul piatto anche umiltà, onestà intellettuale e spirito di sacrificio. Infine l’autostima: credo che i giovani di oggi abbiano molto più talento di quanto la «comfort zone» che si sono costruiti attorno non li porti a credere.

A destino e fortuna non crede?
Fortunati si diventa. La fortuna non è altro che l’incontro tra il talento e l’occasione: il primo lo devi coltivare, la seconda la puoi, anzi la devi, cercare.

Insomma, lei non crede che a volte emigrare definitivamente sia una necessità?
Mi creda, parlo tutti i giorni con i giovanissimi e la verità è che oggi loro non si sentono esattamente emigranti. Sono figli dei voli low cost e dell’Europa post Schengen. E anche il motivo che spinge a partire non è più lo stesso: cinquant’anni fa era fame in senso stretto, fame di pane e lavoro, oggi è fame di esperienze, libertà, nuovi orizzonti.

Orizzonti che, lo dicono i dati sulla disoccupazione under 25, noi non sappiamo assicurare prima, né capitalizzare dopo.
Quando parlo di difetti del sistema mi riferisco proprio a questo: non è solo una questione di mancato ricambio generazionale. A nessuno piace mollare la poltrona in nessun paese del mondo. Ma se un paese riesce a creare le condizioni perché il ricambio avvenga, le eccellenze quelle poltrone riusciranno a prendersele comunque.

Dopo aver dato qualche consiglio ai giovani, allora, dispensiamone qualcuno a politica e imprese.
L’inserimento dei giovani nell’industria e nelle aziende deve essere facilitato, attraverso politiche di incentivazione vere, che comprendano anche la formazione e che trasformino università e centri di ricerca in incubatori.

E poi?
Bisognerebbe tarare, sin dalle scuole superiori, i programmi di studio su quelle che si immagina saranno le esigenze del mercato del lavoro tra dieci o vent’anni. E occorre fare in modo che quando un’azienda ha bisogno di qualcuno, per sei mesi o per trent’anni, non sia costretta a slalom burocratici senza senso e soprattutto possa trovare subito ciò di cui ha bisogno. Ho parlato di questo poche settimane fa con il ministro del Welfare Enrico Giovannini e sono stato felice di trovarlo consapevole e disponibile. Non dobbiamo dimenticare che i giovani più qualificati rappresentano un’assicurazione di lungo periodo per il nostro welfare e la competitività di lungo periodo del sistema Italia  

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