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Lavoro

Lavoro: le cinque ragioni della disoccupazione giovanile

E’ la generazione che ha studiato di più nella storia, ma non riesce a trovare un impiego: ecco le cause di un disastro sociale ed economico

Immagini di una protesta a Londra dello scorso autunno contro l’aumento delle tasse universitarie, il taglio dei fondi e l’alta disoccupazione giovanile (Carl Court/AFP/Getty Images)

Se si potessero raccogliere tutti in una nazione, i giovani disoccupati sarebbero un Paese popoloso come gli Stati Uniti. Nel mondo, riferisce The Economist , sono 290 milioni le persone fra i 15 e i 24 anni che non hanno un impiego, non studiano o non stanno facendo un tirocinio. Lo stima la Banca Mondiale, secondo la quale un quarto dei giovani, ormai, non ha prospettive. Alcuni di questi, non lavorano per ragioni culturali. E’ il caso delle donne nel sud dell’Asia, ma anche chi lavora, molto spesso, ha solo un impiego temporaneo o non regolato. 

Nel mondo industrializzato, la condizione di Neet “Not in employment, education or training”, si applica 26 milioni di giovani. Un terzo degli Under 24, dunque, non ha nulla da fare e non fa nulla. L’International Labour Office stima  che nel 2018, ancora il 12,8% dei giovani sarà senza lavoro e oggi siamo al 12,6%. Un terzo dei giovani impiegati nel mondo industrializzato e un quinto nei Paesi in via di sviluppo ha un contratto a tempo determinato o flessibile. Risultato: la metà dei giovani contribuisce meno di quello che potrebbe alla produttività del proprio Paese. Secondo alcune stime, nel 2011 l’Europa ha perso 153 milioni di euro, ovvero l’1% del Pil, in seguito alla disoccupazione giovanile.  

Quali sono le ragioni per cui la generazione che ha studiato di più nella storia faccia così tanta fatica a entrare nel mondo del lavoro? La crisi da sola, infatti, non basta a spiegare questa situazione. Secondo gli esperti, ci sono cinque ragioni di fondo. La prima spiegazione ha a che fare con le barriere del mercato del lavoro. Paesi con un mercato del lavoro rigido, caratterizzato cioè da un alto salario minimo e con politiche del lavoro che rendono impegnativo assumere e impossibile licenziare (come il Sud Africa, la Spagna e l’Italia) sono quelli in cui l'ambiente lavorativo è poco accogliente per i più giovani. 

Un secondo elemento riguarda la progressiva distanza che separa le competenze dei giovani da quelle richieste dai datori di lavoro che lamentano di non riuscire a trovare i talenti adatti. Le aziende inoltre criticano una formazione poco efficace: la preparazione superiore e universitaria è spesso troppo teorica, ma solo il 30% delle università accetta che possa esistere un effettivo spazio di miglioramento nell’insegnamento. La terza ragione segna il passaggio dall’università all’impresa. I Paesi con la più bassa disoccupazione giovanile sono quelli che hanno colmato le distanze fra la formazione è il mondo del lavoro. Lo dimostra la Germania che ha messo a punto a corsi di orientamento di alto livello, un efficiente apprendistato e la messa a punto di legami con l’industria per creare un canale di accesso al mondo del lavoro. In Germania tutte le imprese sopra i 500 dipendenti offrono una forma di apprendistato , nel Regno Unito solo un terzo lo fa. A complicare le cose sotto questo fronte ci si mette il fatto che, con la crisi, le aziende sono meno disposte di un tempo a investire in training. Questo spiega, per esempio, perchè in mercati del lavoro flessibili come quello americano e quello britannico la disoccupazione giovanile sia cresciuta di più che nelle precedenti recessioni e non accenni a scendere. 

Esistono poi delle ragioni geografiche e anagrafiche. All’interno di uno stesso Paese, infatti, il tasso di disoccupazione è più alto in alcune zone piuttosto che in altre. Quindi, vivere in un bacino poco accogliente per i lavoratori ha effetti negativi anche su chi cerca di entrare per la prima volta nel mondo del lavoro. Inoltre, anche quando un giovane ha finalmente trovato un impiego, la sua posizione tende a essere più a rischio rispetto a quella di lavoratori che sono entrati in azienda prima e che hanno maggiori esperienze e responsabilità  che le imprese cercare di tutelare. La quinta ragione della disoccupazione giovanile chiama in causa il tempo : chi non comincia con il piede giusto, infatti, rischia di trovarsi prigioniero di tempi più lunghi per trovare lavoro, di contratti precari, di stipendi più bassi (fino al 20% per vent’anni) e di ulteriore disoccupazione nel corso della propria esistenza lavorativa. In Germania, per esempio, lo stato cerca di porre rimedio a questo problema facendosi carico di pagare una buona fetta dello stipendio di un disoccupato di lunga data per i primi due anni. 

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