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Lavoro

Esodati: perché il governo non vuole pagare

Il ministero dell'Economia sostiene che non ci sono i soldi per tutelare la settima tranche di lavoratori rimasti senza reddito e senza pensione

Niente soldi per gli esodati. Il ministero dell'Economia e delle Finanze (Mef) se li è ripresi e non li vuole più stanziare. E' la novità (poco gradita a molti ex-lavoratori vicini alla pensione), emersa ieri dopo una riunione alla Commissione Lavoro della Camera, a cui hanno partecipato diversi rappresentanti istituzionali: i tecnici dell'Inps, della Ragioneria Generale dello Stato, del ministero del Lavoro e di quello Economia. E' stato proprio quest'ultimo dicastero che ha servito la polpetta avvelenata agli esodati, dicendo di non avere soldi a disposizione per loro. Per quale ragione? Per capire come sono andate le cose, bisogna fare qualche passo a ritroso.


Pensioni ed esodati, la lettera per Renzi


La riforma previdenziale approvata nel 2011 dal governo Monti, con la firma del ministro Fornero, ha spostato di colpo in avanti l'età della pensione. Da lì, si è creata una folta platea di esodati, cioè di lavoratori che, prima del 2011, avevano sottoscritto un accordo con la propria azienda per mettersi in mobilità (spesso con l'avallo del governo) o avevano deciso di versare i contributi volontariamente, proprio in vista della pensione. Poiché l'età minima per mettersi ha riposo è stata innalzata all'improvviso dalla legge Fornero, centinaia di migliaia di esodati si sono trovati improvvisamente di fronte a un rischio: rimanere senza reddito (perché disoccupati o in mobilità) e senza il diritto a ricevere la pensione, benché in età già anziana. Per salvaguardarli, i governi Monti e Letta hanno stanziato in un fondo ad hoc una somma di ben 12 miliardi di euro da spendere entro il 2023, che ha consentito finora a oltre 170mila lavoratori di andare in pensione con le vecchie regole, precedenti alla riforma Fornero. Tuttavia, a quanto risulta da diversi calcoli abbastanza accreditati, restano ancora da salvaguardare quasi 50mila esodati, che avrebbero maturato il diritto alla pensione con le norme pre-Fornero a partire dal gennaio 2016. Con quali soldi verranno tutelati? E' proprio questo il nocciolo della questione, che ha dato origine alla notizia di ieri (e alle conseguenti polemiche).


Questione di soldi

Tra i 12 miliardi stanziati per salvaguardare le prime platee di esodati, non tutti i soldi sono stati spesi. Nel 2013 e 2014 sono avanzati per esempio 500 milioni ed entro il 2023, a quanto pare, avanzeranno complessivamente 3,3 miliardi. Da qui è nata l'idea, tutt'altro che campata in aria, di utilizzare i residui non spesi per mettere in salvo i quasi 50mila esodati ancora non salvaguardati. Si tratterebbe di una settima tranche di 25mila persone, a cui potrebbe aggiungersi in futuro un'ultima platea di altri 25mila lavoratori. Peccato, però, che il ministero dell'Economia abbia risposto picche. I soldi non utilizzati, secondo il Mef, sono da considerarsi come “economie” realizzate nel bilancio dello stato e non sono disponibili per ulteriori spese, essendo destinati ad altri scopi. Si tratta di una interpretazione su cui non concorda Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro alla Camera, che da tempo spinge per trovare una soluzione definitiva al problema degli esodati. Secondo Damiano, che su questo punto ha incontrato anche l'appoggio del ministero del Lavoro, l'interpretazione più giusta è diversa e le risorse non impiegate finora per gli esodati sono invece disponibili per altre spese. A prima vista, sembrerebbero questioni di lana caprina, se non interessassero però il destino 50mila lavoratori.



L'Opzione Donna


La diatriba avvenuta ieri sugli esodati ha riguardato anche le lavoratrici interessate all'Opzione Donna, la norma che consente di andare in pensione molto presto (a 57 anni di età con 35 anni di contributi), ma ricevendo un assegno calcolato col metodo contributivo e dunque notevolmente ridotto. Anche per l'Opzione Donna, secondo il Mef, non ci sono abbastanza soldi per coprire la spesa necessaria per mandare le lavoratrici in pensione prima del previsto: oltre 2 miliardi di euro da qui al 2023. Secondo Damiano si tratta di cifre sovrastimate ma, per adesso, il ministero dell'Economia non vuole cacciare un centesimo. L'ultima parola spetterà probabilmente al ministro Padoan e forse anche al premier Matteo Renzi.


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