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Economia

Lavoro e disoccupazione, Obama premiato dalla riforma sul fisco

Ecco come è possibile che la disoccupazione Usa sia scesa dal 9,8% al 7,8% in due anni

Spille in scatola

Scatolette con vari tipi di spille gadgets pro Obama ( Credits: Olycom)

Secondo il report mensile pubblicato venerdì dal Bureau of Labor Statistics, il tasso di disoccupazione in America è sceso al 7,8 per cento, dopo essere rimasto sopra l’8 per cento stabilmente per 41 mesi consecutivi, un record assoluto. In termini elettorali è la migliore notizia che il presidente Barack Obama abbia ricevuto in un periodo turbolento in cui lo sfidante repubblicano, Mitt Romney, ha anche stravinto a sorpresa il primo dibattito presidenziale all’Università di Denver.

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Due anni fa la disoccupazione era al 9,8 per cento e ora il presidente può dire, senza timore di essere smentito da accuse più o meno complottiste, che la disoccupazione è più bassa di quando è salito alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2009. I dati mensili sul mercato del lavoro subiscono naturalmente fluttuazioni per via di congiunture e stagionalità, ma il dato questa volta non è viziato da errori di prospettiva: il tasso non è sceso soltanto perché i disoccupati americani sono a tal punto scoraggiati dalla situazione economica che smettono di cercare un’occupazione e non vengono così conteggiati nella “forza lavoro”.

Il segnale di ripresa è quindi timido, ma reale. Se è vero che la situazione del mercato del lavoro è lontana dalle promesse di quattro anni fa, quando gli economisti di Obama prevedevano che grazie allo stimolo fiscale da oltre 800 miliardi di dollari la disoccupazione avrebbe raggiunto ad agosto del 2012 il 5,6 per cento, l’Amministrazione ha comunque rosicchiato due punti percentuali importanti in un periodo disastroso per l’economia globale, alimentato in modo decisivo dalla crisi europea.

Quali provvedimenti dell’Amministrazione hanno permesso di raggiungere un risultato che arriva con tempismo elettorale perfetto?

Innanzitutto lo stimolo fiscale, il provvedimento più discusso e contestato (tanto da destra quanto da sinistra) degli ultimi quattro anni e firmato in coabitazione con l'Amministrazione Bush, quello che è stato bocciato con parole durissime anche da Neil Barofsky, colui che era stato incaricato di controllare che l’immissione di liquidità nel sistema favorisse effettivamente l’economia reale rivitalizzando il sistema ingolfato dei prestiti.

Barofsky ha notato che lo stimolo favoriva più che altro le grandi banche di Wall Street. Economisti come Paul Krugman hanno scritto fino allo sfinimento che lo stimolo aveva innanzitutto un problema di quantità: bisognava immettere cifre assai più consistenti per evitare il “liquidity trap” (la trappola della liquidità) e la conseguente depressione economica e occupazionale. Per sostenere l’occupazione Obama avrebbe voluto correggere l’inadeguata politica di stimolo con l’American Jobs Act, una manovra da 447 miliardi che avrebbe da una parte ridotto le tasse per i lavoratori della classe media, dall’altra generato investimenti sulle infrastrutture per creare immediatamente posti di lavoro, se soltanto il Congresso avesse approvato la proposta di legge.

Krugman sostiene che con quella riforma oggi la disoccupazione sarebbe sotto il 7 per cento. L’Amministrazione ha provato ad aggirare l’ostacolo spezzando la manovra in vari segmenti, la maggior parte dei quali si sono incagliati al Congresso mentre altri sono stati convertiti in legge. Il Jumpstart Our Business Startups Act è il tratto più significativo fra quelli approvati, perché allenta la regolamentazione per le piccole e medie imprese sui modi consentiti per accumulare capitale. Ma le leggi sugli investimenti per assumere centinaia di miglia di insegnanti, sulle infrastrutture e sulla riduzione del carico fiscale per le piccole imprese latitano al Congresso. Per questo il tasso di disoccupazione è una notizia buona se paragonata ai dati di due anni fa, deludente se confrontata con le promesse

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