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Economia

Lavoro: perchè gli italiani sono poco produttivi

Pochi investimenti in tecnologia e innovazione abbassano il rendimento dei dipendenti

(Credits:Ansa)

Lavorano tanto, più di 1.770 ore a testa all'anno, contro le 1.440 dei tedeschi e le 1.600 circa dei britannici. Ma rendono poco, contribuendo ciascuno a generare appena 75 dollari di Pil ogni 60 minuti trascorsi in ufficio o in fabbrica: una cifra inferiore di oltre il 20%  rispetto a quelle che si registrano in Francia o in Germania. Per questo, gli italiani oggi sono tra i popoli meno produttivi d'Europa, almeno secondo le statistiche pubblicate dall'Ocse, confermate anche dall'Istat e da tutte le più importanti società di ricerca internazionali.

Proprio sul tema della produttività, il governo aprirà domani un tavolo con  i sindacati e le imprese, per  studiare misure ad hoc, capaci di ridare slancio e competitività all'industria nazionale. Non sarà tuttavia facile, per l'esecutivo guidato da Mario Monti, mettere in campo misure efficaci e ottenere buoni risultati in breve tempo.

RITARDI STRUTTURALI.

I ritardi del nostro paese sono infatti  legati a motivi strutturali e hanno origini molto  lontane, che risalgono ad almeno 15 o 16 anni fa. Fino al 1995, secondo le rilevazioni dell'istituto di ricerca Isae, la produttività del lavoro nel nostro paese cresceva  infatti a un ritmo tra il 2,5 e il 3% all'anno, in linea con quello registrato in  Germania e superiore di almeno un punto rispetto alla Francia, alla Spagna o agli Stati Uniti. Poi, però, l'incantesimo si è rotto e l'Italia è finita nella parte bassa della classifica dei paesi industrializzati: dal 2000 in poi, la crescita del rendimento del lavoro a sud delle Alpi è precipitata infatti allo 0,3%, contro l'1,5-2% delle nazioni europee più competitive.

LA RIVOLUZIONE MANCATA.

Questa inversione di tendenza ha coinciso, guarda a caso, con la rivoluzione tecnologica dell'era di internet, che ha modificato profondamente i processi produttivi  nelle aziende,facendo viaggiare le comunicazioni alla velocità della luce. Nelle nuove tecnologie digitali, infatti, l'Italia purtroppo non ha mai brillato per capacità di innovare e fare da traino al resto del mondo. Il tasso di penetrazione di internet nel nostro paese, per esempio, è ancora molto basso,con poco più del 50% della popolazione collegata alla rete, contro l'82% del Regno Unito, il 79% della Germania e il 68% circa della Francia.

LA MANCANZA DI GRANDI IMPRESE.

A  far crescere il gap di competitività è stata però anche la particolare struttura del nostro sistema produttivo, in cui scarseggiano le grandi aziende, che di solito hanno dei sistemi di organizzazione del personale meglio strutturati, mentre abbondano le piccole e piccolissime imprese “dove le politiche di gestione delle risorse umane”, dice Giuliano Cazzola , deputato del Pdl e vice-presidente della commissione lavoro alla Camera, “sono spesso affidate un po' all'improvvisazione”.Su oltre 20 milioni di lavoratori attivi nella Penisola, infatti, meno di 8 milioni sono impiegati in società con più di 15 addetti, mentre la stragrande maggioranza è dipendente di micro-imprese o lavora in forma autonoma.

IL PREZZO DELLA FLESSIBILITA'.

Secondo Cazzola, inoltre, un contributo all'abbassamento della produttività è arrivato anche dalle leggi sul lavoro approvate nella seconda metà degli anni '90 e alle soglie del 2000 come il pacchetto Treu e la legge Biagi. Si tratta di misure che Cazzola giudica molto positivamente, perché hanno aumentato la flessibilità e favorito l'ingresso sul mercato del lavoro di ben 3 milioni di persone. Tuttavia, queste leggi hanno comportato anche un prezzo: proprio grazie all'aumento della flessibilità, secondo Cazzola, molte aziende in crescita hanno preferito ampliare il numero degli addetti, piuttosto che investire nell'innovazione dei processi del lavoro, come facevano invece nei decenni precedenti. “Purtroppo”, dice il deputato del Pdl, “l'arrivo della crisi economica ha impedito di completare le leggi di Biagi e Treu, con politiche attive e investimenti sulla formazione dei dipendenti”.

SOLUZIONI DIFFICILI.

Ora, toccherà dunque al governo e al ministro del welfare, Elsa Fornero, il compito di inventarsi una soluzione. L'idea del ministro è di puntare su qualche piccolo sgravio contributivo o fiscale per i salari e sulla contrattazione aziendale: un  modello di relazioni industriali  che, come in Germania,  permetta di stipulare accordi sindacali nelle singole imprese, per innescare percorsi virtuosi di organizzazione del lavoro e aumentare l'occupazione o la produttività.

Secondo Cazzola, la Fornero dovrebbe procedere sostanzialmente su due binari. Innanzitutto,  occorre utilizzare gli strumenti offerti dall'articolo 8 della legge 148 del 2011: una norma voluta dall'ex-ministro del welfare, Maurizio Sacconi, che consente di derogare alle leggi nazionali sul lavoro, tramite accordi collettivi stipulati nelle singole aziende tra la proprietà e le stesse organizzazioni sindacali. Inoltre, visto che le risorse sono poche, il governo dovrebbe evitare di distribuire sgravi fiscali e contributivi indiscriminati, come la detassazione delle tredicesime proposta dalla Cgil, ma concentrarsi su interventi mirati, quali le agevolazioni fiscali sui premi di produttività. Il confronto tra le parti sociali sta dunque per iniziare, ma l'esito rimane molto incerto, come del resto è avvenuto anche per l'ultima riforma del lavoro appena approvata.

TUTTO SULLA RIFORMA DEL LAVORO

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