Sul non voto (con un messaggio subliminale)

Non esprimerà rappresentanti ma, anche in questa tornata, lo schieramento del non voto pare avviato a fare incetta di consensi. Negli ultimi 25 anni, l’incidenza dell’astensione è esplosa: 11,17% nel 1987; 12,65% nel 1992; 13,69% nel 1994; 17,12% nel 1996; …Leggi tutto

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Non esprimerà rappresentanti ma, anche in questa tornata, lo schieramento del non voto pare avviato a fare incetta di consensi. Negli ultimi 25 anni, l’incidenza dell’astensione è esplosa: 11,17% nel 1987; 12,65% nel 1992; 13,69% nel 1994; 17,12% nel 1996; 18,62% nel 2001; 16,38% nel 2006; e 19,49% nel 2008. (Cito i dati relativi alle elezioni politiche per la Camera nella circoscrizione Italia.) Se consideriamo le schede bianche e quelle nulle, le cifre lievitano ancora: 15,58%; 17,35%; 19,56%; 23,10%; 24,63%; 18,82%; e 22,50% – rispettivamente. Risultati che avrebbero garantito all’area del non voto la palma di primo partito nel 1994 (quando il simbolo di Forza Italia fu barrato dal 16,90% degli aventi diritto), nel 1996 (quando al PDS toccò il 16,19% delle preferenze) e nel 2001 (quando ancora Forza Italia si arrestò al 22,2%). Naturalmente, una quota rilevante dei voti inespressi o invalidi può essere ricondotta a cause di necessità o meri errori; tuttavia, è indubbio che essi esprimano anche un sentimento di repulsione per l’offerta politica disponibile.

Di pari passo con l’affermazione dell’astensionismo, è cresciuto il numero dei suoi detrattori, a detta dei quali autografare la scheda elettorale sarebbe un onere imprescindibile per ciascun cittadino consapevole.  Tale opinione fotografa realisticamente un concetto di partecipazione diffuso ma inaccettabile. In primo luogo perché, come ha ben ricordato Fabio Chiusi, sarebbe grottesco compendiare nel solo gesto del voto la vasta gamma dei comportamenti dotati di rilevanza politica. Chi apostrofa religiosamente come indifferenti gli astenuti trascura, da un lato, che spesso costoro sono tra i più attivi nell’alimentare iniziative profondamente “politiche”, sebbene non “elettoralistiche”; e, dall’altro, non riconosce che la rinuncia alla propria possibilità di scelta sia sovente l’unica opzione responsabile di fronte a un panorama indistinguibile. Non sempre il meno peggio si lascia trovare; e l’uomo è sì animale politico, ma non vi è alcuna naturalezza nella condizione dell’homo electoralis.

Che fare, allora? Come valorizzare l’opinione di chi rifugge l’offerta di rappresentanza dei partiti? Le proposte non mancano. Parametrare l’entità dei rimborsi elettorali all’affluenza alle urne, per esempio, permetterebbe ai delusi di sanzionare efficacemente la classe politica. Certo, una revisione al rialzo del valore unitario del rimborso potrebbe ridurre la portata di tale innovazione, ma non ne vanificherebbe la ratio. Un’idea alternativa, sostenuta da Adriano Gianturco Gulisano, è quella di vincolare anche il numero degli eletti – e non solo la loro ripartizione – ai voti espressi, magari munendo la scheda di una casella orfana, sulla scorta di quanto accade in Brasile e Nevada. Gli astenuti non sono cittadini incompleti: dare voce alle loro istanze farebbe fare un salto di qualità alla democrazia italiana.

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