L’effetto Zamparini: teoria economica dell’esonero

L’ha sfangata anche questa volta. Nonostante la peggior partenza in campionato da trent’anni a questa parte; nonostante la scarsa protezione che Adriano Galliani possa, oramai, offrirgli; nonostante la spavalderia ridanciana con cui ha commentato il penoso 0-0 di Verona, Massimiliano …Leggi tutto

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L’ha sfangata anche questa volta. Nonostante la peggior partenza in campionato da trent’anni a questa parte; nonostante la scarsa protezione che Adriano Galliani possa, oramai, offrirgli; nonostante la spavalderia ridanciana con cui ha commentato il penoso 0-0 di Verona, Massimiliano Allegri è ancora l’allenatore del Milan. Come i miei quattro lettori ricorderanno, i destini rossoneri mi sono particolarmente cari. Fosse dipeso da me, avrei cacciato il coriaceo livornese quando perse uno scudetto già vinto nel 2012; e certo non avrei mosso un dito per trattenerlo l’estate scorsa, quand’era già con un piede sul Frecciarossa per Roma.

E, invece, lui tiene duro: un po’ perché come parafulmine non se la cava tanto male, un po’ per la mancanza d’alternative praticabili. Esiste, però, una terza e più radicale linea di difesa, incarnata dal mio amico Andrea (tifoso aziendalista per eccellenza): «cambiare allenatore non è mai servito a niente». Poiché – come i miei quattro lettori ricorderanno – oltre ai destini rossoneri, mi è cara anche la logica economica, ho deciso di affidarmi alla letteratura sul tema. Ne vien fuori che Andrea potrebbe avere qualche buon argomento.

De Paola e Scoppa (2012) riconoscono che il cambio dell’allenatore produce un certo effetto positivo in termini di punti e gol segnati; tuttavia, questa tendenza potrebbe rappresentare una semplice “regressione verso la media” – l’esonero segue in genere una serie di risultati negativi, cosicché un rimbalzo appare prevedibile a prescindere da chi sieda in panchina – e non tiene conto del valore degli avversari affrontati prima e dopo. Tenendo conto di questi due elementi, il beneficio atteso appare trascurabile. Sulla stessa linea Heuer et al. (2011), che si spingono a negare rilevanza non solo agli avvicendamenti in corsa, ma anche a quelli che si verificano tra una stagione e l’altra.

La situazione non muta se dal calcio volgiamo lo sguardo agli altri sport. Adler, Berry e Doherty (2012) osservano che, nel football americano, il cambio d’allenatore produce conseguenze limitate sulla performance della squadra, ove si tengano in considerazione i risultati di club comparabili. Audas, Goddard e Rove (2006), utilizzando dati relativi alla NHL, individuano addirittura un (lieve) effetto negativo. Infine, Berri et al. (2009) seguono un approccio diverso, monitorando l’influenza degli allenatori NBA non sull’andamento della rispettiva franchigia, quanto sulle prestazioni dei singoli giocatori. Nella maggior parte dei casi, l’impatto non è statisticamente significativo.

L’evidenza sembra confermare il sospetto che gli allenatori spesso paghino per colpe non loro e che i dirigenti, vittime di un’elementare action bias di fronte ai risultati poco lusinghieri della squadra, optino per l’unica strada percorribile nel breve termine. I tecnici – si potrebbe sostenere – godono di incentivi simili, hanno conoscenze comparabili e dispongono dello stesso materiale umano: perché attendersi risultati diversi?

Fine della storia? Non esattamente. In primo luogo, la teoria separa l’allenatore dalle altre componenti del successo sportivo, ma nella pratica la clausola del ceteris paribus non s’invera mai: troppe variabili e idiosincrasie non modellizzabili contribuiscono all’alchimia di uno spogliatoio. In secondo luogo, quel che è vero nella media non è vero di ogni singolo caso: spiegate a un tifoso della Juventus che tenere Del Neri sarebbe stato lo stesso o a un tifoso del Milan che Manchester sarebbe venuta comunque, se Terim non avesse lasciato il posto ad Ancelotti. L’esonero seriale fallisce perché non affronta la radice dei problemi di una squadra, ma sarebbe ridicolo concludere che gli allenatori sono fungibili. Infine, vi sono ambiti in cui anche l’analisi deve cedere il passo al rischio, all’intuito, alla passione. Il calcio – superstizione sublime – è tra questi. Con buona pace del mio amico Andrea.

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