La scienza triste: l’economia e le razze

Certe definizioni hanno un tale successo da fondersi col proprio soggetto, al punto che finiamo per smarrirne l’origine. Perché, per esempio, chiamiamo l’economia “scienza triste”? Qualcuno, non senza un grano di superficialità, additerà il grigiore delle sue equazioni: spiegazione forse …Leggi tutto

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Certe definizioni hanno un tale successo da fondersi col proprio soggetto, al punto che finiamo per smarrirne l’origine. Perché, per esempio, chiamiamo l’economia “scienza triste”? Qualcuno, non senza un grano di superficialità, additerà il grigiore delle sue equazioni: spiegazione forse adeguata al nostro tempo, ma ridondante per l’epoca in cui l’espressione venne coniata. Tende a fraintendere il significato dell’etichetta anche chi, correttamente, segnala che il primo a utilizzarla – come variazione sul tema della “gaia scienza” – fu lo storico inglese Thomas Carlyle.

Carlyle non alludeva, infatti, come pure è stato sostenuto, alle previsioni dell’abate Malthus, secondo le cui maldestre teorie l’aumento demografico avrebbe condannato il genere umano alla miseria. L’avversione di Carlyle nei confronti della scienza economica andava ascritta ad altro: fervente sostenitore della superiorità della razza bianca e apologeta della schiavitù, egli non poteva tollerare che tutti gli individui fossero uguali di fronte alle curve della domanda e dell’offerta.

Quest’aneddoto mi è tornato in mente ieri, allorché visitavo un centro commerciale nei paraggi – anche i blogger fanno la spesa. Fino a poche settimane fa, un variopinto plotone di ragazzi africani presidiava il parcheggio – tutto intento a proporre modesti traffici in cambio di qualche spicciolo. Ieri, degli intraprendenti mercanti, nessuna traccia. Un progrom? Un’epidemia? Tutto è apparso chiaro quando mi sono avvicinato alla fila dei carrelli. L’antica ferraglia era stata sostituita da plastica riciclata – le vie dell’inferno sono lastricate di plastica riciclata – e i nuovi prototipi sono sprovvisti della feritoia per la monetina che, da molti anni, assicura la diligente riconsegna al termine dello shopping.

L’avrete già capito: l’effetto è quello di drenare liquidità dal sistema economico del parcheggio ostacolando le transazioni che vi avevano luogo. Nell’optare per tale soluzione, la dirigenza del supermercato avrà forse auspicato che, dopo tutto questo tempo, la clientela avesse interiorizzato l’abitudine di riportare il carrello al punto di raccolta, rendendo così superfluo l’incentivo monetario; o, più probabilmente, avrà ritenuto che i benefici derivanti da un maggior decoro dell’ambiente eccedessero i costi per la destinazione di un addetto all’ingrato compito di radunare i carrelli orfani.

Ora, è ben probabile che anche voi – come me – siate dibattuti tra l’ammirazione per l’eleganza dello stratagemma e il disagio per il movente di fondo. Un po’ di tolleranza non farebbe alcun male; e, quanto a petulanza, i venditori del parcheggio non possono competere con certi commessi del reparto elettronica. Ciò detto, mi pare che la faccenda abbia una duplice lezione – economica e morale – da impartire. Intanto, gli incentivi – anche di entità modesta – funzionano: è una buona notizia, di cui talora ci scordiamo: basti pensare a come gran parte della macroeconomia dominante poggi sull’opposto assunto che gli individui siano governati dal vento delle passioni. Infine, praticare l’esclusione non è un crimine, ma ha un costo: i pregiudizi si pagano in moneta sonante, con buona pace di Carlyle.

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