Il virus dell’Aids e il virus dei sussidî

Tra il 2010 e il 2011, la quantità di nuove infezioni da HIV in Grecia è aumentata del 52%. Nei giorni scorsi, ha fatto il giro delle redazioni un annuncio curioso e orribile: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ci hanno …Leggi tutto

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Tra il 2010 e il 2011, la quantità di nuove infezioni da HIV in Grecia è aumentata del 52%. Nei giorni scorsi, ha fatto il giro delle redazioni un annuncio curioso e orribile: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ci hanno raccontato, metà dei nuovi casi si spiegherebbe con fenomeni di contagio autoindotto – miranti a conseguire il sussidio di 700 euri al mese che il governo di Atene garantisce ai sieropositivi. L’OMS ha prontamente rettificato, citando lo studio originale (Kentikelenis et al., 2011): metà dei nuovi casi riguarda, invero, tossicodipendenti che consumano stupefacenti per via endovenosa; di questa metà, solo una quota di rilevanza aneddotica è ascrivibile ad inoculazione volontaria .

La precisazione conforta fino a un certo punto. L’incidenza della pratica viene ridimensionata, ma non negata; e non può che destare sconcerto la consapevolezza che – nel nostro tempo, a poche centinaia di chilometri da noi – alcuni individui si vedano costretti a pregiudicare in modo tanto radicale la propria salute per sbarcare il lunario. La profonda crisi economica ellenica spiega, in parte, il senso di disperazione che sta alla base di questa vicenda; ma occorre trarne anche una lezione più specifica.

Secondo la maggioranza degli economisti, i sistemi di welfare dovrebbero privilegiare il sostegno monetario a quello in natura, per l’ovvia ragione che – a parità di spesa – il primo appare meno distorsivo, più efficiente e più rispettoso della dignità di chi lo riceve: meglio un buono per il pane che uno stato panettiere. Tuttavia, anche i sussidî possono avere qualche controindicazione.

Lo scoprì a proprie spese l’amministrazione coloniale francese ad Hanoi, quando tentò di estirpare i ratti che infestavano la città, dacché il sistema di fognature introdotto dagli europei aveva fornito loro un ambiente ideale dove riprodursi indisturbati – un altro bizzarro caso di conseguenza inintenzionale. Dapprima furono reclutate squadre di cacciatori di topi; poi, verificatane l’insufficienza, s’istituì un sistema di taglie: un centesimo per ogni scalpo di roditore, cioè per ogni coda. Risultato: le strade si riempirono di ratti mutilati e poi graziati, e i più ingegnosi tra i vietnamiti cominciarono addirittura ad allevarli (Vann, 2003). La logica è elementare: niente topi, niente taglia.

Del resto, oltre a quella correttiva, i sussidî hanno anche (e, anzi, principalmente) una funzione d’incentivo: si usano per aumentare l’offerta di un bene, oltre che per limitare le conseguenze di un male. Il punto è che una soluzione richiede un problema, e sovvenzionare quella prolunga la vita anche a questo. Dal punto di vista economico, fa poca differenza: se sussidi la produzione agricola, avrai più prodotti agricoli; se sussidi le energie rinnovabili, avrai più energie rinnovabili; se sussidi l’Aids, avrai più Aids.

In un caso simile, un beneficio in natura ovvierebbe al problema: è impensabile che qualcuno si procuri un’infezione al solo scopo di garantirsi cure gratuite; tuttavia, le questioni di efficienza rimarrebbero aperte. Una strategia di compromesso potrebbe essere quella di mantenere il sussidio, ma vincolarne l’utilizzo secondo la logica del voucher, in modo da renderlo meno appetibile a chi già non sia stato vittima del contagio. Quel che è certo è che le politiche assistenziali vanno definite con grande attenzione: il caso greco dimostra che di sussidî si può morire, in un senso alquanto letterale.

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