Economia

La cura per i dettagli e la posizione. La case history del Bhangrabar

I dati pubblicati nelle ultime settimane riguardo le chiusure di attività commerciali non sono esaltanti; risulta infatti che solo a Milano negli ultimi 3 anni sono stati costretti a chiudere 500 esercizi a causa degli affitti troppo elevati e la …Leggi tutto

Bhangrabar-Lavoro-in-corso.png

(Credits: Bhangrabar)

I dati pubblicati nelle ultime settimane riguardo le chiusure di attività commerciali non sono esaltanti; risulta infatti che solo a Milano negli ultimi 3 anni sono stati costretti a chiudere 500 esercizi a causa degli affitti troppo elevati e la difficoltà di accesso al credito. Ci sono però settori che fanno eccezione e in particolare nell’ambito della ristorazione e del divertimento ci sono i locali della movida che riescono sempre ad attirare molta clientela, soprattutto durante la stagione calda e nei periodi della giornata più frequentati come l’aperitivo e il dopocena.

La formula vincente che differenzia un locale trendy, sempre affollato e punto di ritrovo per le persone rispetto a un locale mediamente frequentato è difficile da identificare; a volte mi capita di passeggiare in una via e trovare uno accanto all’altro locali strapieni di gente e altri completamenti deserti, nonostante si presentino apparentemente simili dal punto di vista della cura estetica e dei sevizi offerti, e non riesco mai a capire il motivo.

Ho parlato con Paolo Stoppa, uno dei proprietari del Bhangrabar, un locale dallo stile etnico che si affaccia sull’Arco della Pace nel cuore di una delle zone più frequentate di Milano, per capire cosa si nasconde dietro ad una realtà di successo, quali sono gli elementi più importanti da tenere in considerazione e per trarre qualche suggerimento per chi vuole intraprendere un’attività di questo tipo.

Come è nata l’idea di intraprendere questa attività?

Il Bhangrabar è un locale che abbiamo sempre ammirato per lo stile (etnico di ispirazione indiana), la posizione e la clientela. Nel 2009 io e i miei attuali soci abbiamo saputo che il proprietario aveva intenzione di vendere; dopo una trattativa di circa 10 mesi il locale il 17 settembre 2010 è diventato nostro. Con rispetto “reverenziale” abbiamo apportato pochissime modifiche, il Bhangrabar è infatti un locale costituito da moltissime parti provenienti direttamente dall’India, quindi il rischio di spersonalizzarlo o rovinarlo era altissimo, ma questo non era il nostro intento, anzi. Confrontandoci con gli stessi fornitori e artigiani che lo hanno realizzato abbiamo cercato di restaurarlo con l’obiettivo di mantenere la sua identità il più a lungo possibile.

Qual è il vostro valore aggiunto, su cosa avete puntato per differenziarvi? 

Un buffet dell’aperitivo senza pari, prodotti di qualità e sempre freschissimi, camerieri e barman professionisti, due chef (uno per la sera e uno per il mezzogiorno), i prezzi contenuti e la posizione strategica.

Mi indichi con una aggettivo gli elementi per spiegare il successo del locale?

Frizzante, eterogeneo, multietnico, discreto e mai invadente.

Cosa avete fatto per farvi conoscere?

Niente di particolare, oltre ad avere una clientela affezionata siamo convinti che la miglior pubblicità sia il passaparola che per certi aspetti può essere un’arma a doppio taglio, se dovesse calare la tensione e la voglia di migliorarsi giorno per giorno il passaparola sarebbe negativo.

Che tipo di formazione avevate prima di partire? Quanto questo ha influito?

Due terzi dei soci avevano già avuto altri locali a Milano, la loro esperienza è stata quindi fondamentale. I soci già pratici sono stati importanti per non subentrare in un locale ed essere allo sbando dopo una settimana, è importantissimo avere un’organizzazione, una visione di tutto quello che c’è da fare e da non fare e questo poteva essere messo in pratica solamente da persone già esperte. Un elemento nuovo che abbiamo dovuto affrontare è stato il rapporto da instaurare e i compiti da assegnare ai dipendenti della gestione precedente.

Quali sono le principali difficoltà che avete incontrato?

La burocrazia è il lato meno divertente e più complicato; a partire dalla compravendita la burocrazia ci mette sempre del suo per rallentare le cose e aumentare i costi come quello del notaio, per esempio.

Come vi siete organizzati internamente? Di cosa ti sei occupato in particolare tu che eri alle prime armi nel settore?

I primi tempi tutti eravamo ben presenti sette giorni su sette per poter garantire con le proprie esperienze un passaggio meno traumatico possibile sia per la clientela che per i dipendenti. Io non avevo nessuna esperienza nel mondo della ristorazione provenendo dal settore informatico, ho fatto quindi una full immersion per poter imparare tutto il necessario e “scontrarmi” con le varie problematiche, sempre chiaramente spalleggiato; il tutto è avvenuto con l’entusiasmo che contraddistingue questo tipo di avventure.

Quali consigli daresti a chi vuole intraprendere una strada in proprio nella ristorazione?

È importantissima l’esperienza, l’entusiasmo, l’affiatamento fra i soci e fra i collaboratori, senza dimenticare un pizzico di pazzia. Altri elementi fondamentali sono il rispetto per il cliente, la scelta di prodotti di qualità e soprattutto la posizione del locale.

© Riproduzione Riservata

Commenti