Economia

Imu e solo imu. Ma la crescita ve la ricordate?

Bisogna iniziare a ridurre la spesa pubblica per rilanciare davvero il Paese

“L'Imu non si tocca, ma si può migliorarla”; “L'Imu va abolita fino a 500 euro di rendita castatale”; “L'Imu sarà abolita alla prima riunione del consiglio dei ministri”. Monti, Bersani e Berlusconi: non parlano d'altro. Imu,Imu, Imu. Ma non si doveva parlare di crescita economica? È vero che per agevolare veramente la crescita basterebbe e abbonderebbe tagliare (ma sul serio) le tasse: però non è da questo taglio – e comunque non dall'Imu - che si può partire per fare un ragionamento serio sul risanamento della stasi economica italiana.

Invece, l'accesissima campagna elettorale decollata negli ultimi giorni sta prendendo appunto questa piega imprevista. Dalle promesse sullo sviluppo alle promesse sulle tasse. Entrambe, probabilmente, un po' mendaci.

In realtà, nessuno è oggi in grado di “cominciare” - nella futura stagione di governo - dal taglio delle tasse, se prima non taglia la spesa pubblica. Sui due fronti. Il primo è quello della spesa corrente, sperperata in mille rivoli improduttivi (ancor più improduttivi di quel buon terzo dell'organico delle pubbliche amministrazioni che lavora poco o per niente ma che, per lo meno, produce virtuosità economica spendendosi lo stipendio che non merita ma intasca). Tagliare i rivoli improduttivi diversi dagli stipendi si può: basta saperlo fare, ma non poteva essere solo un manager di cattivo carattere come Enrico Bondi a riuscirci, bisogna dare mano libera alla Consip con la centralizzazione e l'ottimizzazione degli acquisti (ma allora sì che si vanno a toccare interessi intoccabili) e poi bisogna capire dove e come si possono risparmiare soldi sull'organizzazione del lavoro, le sedi, i consumi correnti inutili...

L'altro fronte del taglio necessario della spesa è quello degli interessi sul debito, che vanno abbattuti insieme col monte-debito con qualche operazione straordinaria – di cui peraltro gli uffici studi, anche pubblici, sono pieni – che sfrutti la facoltà della Bce di prestare denaro all'1% e consenta all'Italia, nel quadro di un grande sforzo di privatizzazione o meglio cartolarizzazione di asset, di pagare meno gli interessi sul proprio debito e ridare linfa al sistema bancario che non presta più niente a nessuno.

Riducendo le tasse (ma l'Imu, va ripetuto, è la meno problematica, si inizi piuttosto dall'Irap e dall'Iva) grazie ai risparmi sugli sprechi pubblici e sul servizio al debito, si fa la cosa più seria per rilanciare la crescita. Ma di questa riduzione nessuno parla, perchè il “grande pubblico” non la capisce.

E qui, direbbe Totò, casca l'asino. Siamo proprio sicuri che il grande pubblico non la capisca? Cioè che abbia ancora voglia di sentirsi promettere fesserie? Quante volte se l'è sentite già promettere, negli ultimi tempi perfino dall'ex tecnico Mario Monti? Paradossalmente, il più “promettente” di tutti, Berlusconi, l'Ici sulla prima casa la abolì veramente, dopo aver promesso di farlo, anche se poi non ha più praticamente potuto mantenere altre promesse. Bersani, quand'era nei governi di cui è stato ministro, ha mantenuto personalmente le promesse sulle liberalizzazioni (le famose lenzuolate, le uniche fatte in Italia) ma come esecutivo aveva sottoscritto le altre promesse, tutte tradite, di tagli alle tasse e lotta all'evasione. E la non-credibilità si dimostra, nel grado che poi ciascun elettore valuterà, a carico di tutti e tre gli sfidanti veri di febbraio.

Forse sarebbe più utile se le prossime promesse venissero spostate su qualche tema un po' meno banale e più ambizioso. Ve la ricordate la crescita? Ecco, quello, per esempio.

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