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Economia

Guerra del grano, ecco perché gli agricoltori protestano

Migliaia di trattori hanno invaso pacificamente le piazze di alcune città chiedendo prezzi più alti per le colture di frumento

Da stamattina migliaia di trattori hanno invaso le piazze di alcune grandi città italiane: una protesta pacifica guidata dalla Coldiretti che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema del prezzo del grano che sarebbe sceso a livelli non più sopportabili per la maggior parte degli agricoltori. Dal centro di Palermo, al Molise a Termoli, dalla Basilicata a Potenza fino alla Puglia, a Bari, non a caso le zone più interessate dalle manifestazioni sono proprio quelle che più di tutte sono colpite da questo fenomeno che la stessa Coldiretti dipinge come una sorta di vera e propria pauperizzazione del nostro patrimonio agricolo.

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E a testimoniarlo ci sarebbero numeri eloquenti di quella che è stata già ribattezzata “guerra del grano”. Secondo elaborazioni Coldiretti su dati Ismea, il prezzo del grano duro, nella seconda settimana di luglio, ovvero in piena trebbiatura, sarebbe sceso infatti ben del 42% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, evidenziando una situazione insostenibile nelle campagne. Per far comprendere quali siano attualmente i rapporti di forza in campo, sono stati preparati sacchetti di grano da 5 chili che equivalgono al valore di un euro con i quali gli agricoltori hanno annunciato di voler fare la spesa nei locali delle città occupate pacificamente. Stiamo parlando quindi di un chilo di grano che al contadino verrebbe pagato poco più di 20 centesimi, e che invece poi subirebbe, nel corso della filiera commerciale, aumenti, spesso di carattere puramente speculativo, a dir poco clamorosi: dal grano alla pasta, denuncia infatti la Coldiretti,  i prezzi aumentano di circa il 500% e quelli dal grano al pane addirittura del 1400%.

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In pericolo allora non ci sarebbero solo la produzione di grano e la vita di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano, ma anche un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione, che si trova dislocato per la maggior parte proprio tra le citate Puglia e Sicilia. E proprio la già sottolineata discrepanza tra prezzo del grano alla fonte e suo costo di effettiva commercializzazione, fa sostenere alla Coldiretti che “dai campi agli scaffali ci sono margini da recuperare per non far chiudere le aziende agricole e non pesare su un sistema produttivo che ha bisogno del Made in Italy per essere credibile sui mercati nazionali ed esteri”. A questo proposito tra l’altro è solo il caso di ricordare che l’Italia è il principale produttore europeo di grano duro, destinato alla pasta, che assume un’importanza rilevante data l’elevata superficie coltivata, pari a circa 1,3 milioni di ettari per oltre 4,9 milioni di tonnellate di produzione, che si concentra nell’Italia meridionale, soprattutto, come già ampiamente ricordato, in Puglia e Sicilia che da sole rappresentano il 42% della produzione nazionale.

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Più limitata è la produzione del grano tenero che si attesta invece su 3 milioni di tonnellate coltivate su 0,6 milioni di ettari. Il tutto mentre il nostro Paese nel 2015, secondo i dati contenuti in un Dossier grano elaborato sempre dalla Coldiretti, ha importato dall’estero circa 4,3 milioni di tonnellate di frumento tenero e 2,3 milioni di tonnellate di grano duro. Di fronte a questi dati, lo scenario che viene prospettato risulta quanto mai fosco: “Con questi prezzi – dicono dalla Coldiretti - gli agricoltori non possono più seminare e c’è il rischio concreto di alimentare un circolo vizioso che, se adesso provoca la delocalizzazione degli acquisti del grano, domani toccherà gli impianti industriali di produzione della pasta con la perdita di un sistema produttivo che genera ricchezza, occupazione e salvaguardia ambientale”.

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