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Economia

Gli emergenti vendono euro

Le banche centrali e i fondi di investimento dei paesi in via di sviluppo hanno iniziato a scambiare la moneta unica europea con altre valute. Facendone crollare il valore

(Credits: AP Photo/Michael Probst)

La crisi di fiducia delle economie emergenti nei confronti dell'Europa diventa ogni giorno più profonda. Le banche centrali dei paesi in via di sviluppo, infatti, hanno iniziato a vendere euro. Un'iniziativa molto preoccupante che, sommandosi all'assalto agli sportelli dei correntisti spagnoli e greci, oltre a indebolire la moneta unica europea rischia di destabilizzare ancora di più i mercati del Vecchio Continente.

Quella degli emergenti è un'inversione di tendenza molto pericolosa. Se fino a ieri l'acquisto della valuta europea era elogiato da chi lo riteneva utile per diversificare la composizione delle proprie riserve, oggi gli euro vengono rimessi sul mercato. Ufficialmete per "sostenere le valute locali". Come è successo in Corea del Sud, India, Indonesia e Filippine.

Se il problema è "soltanto" quello della stabilità delle monete nazionali, perché si vendono gli euro e non i dollari? Semplice: anche se in difficoltà, negli Stati Uniti non ci sono da affrontare problemi come quello della Grecia, che rischia di far crollare il sistema della moneta unica . Non solo, mentre Washington, pur non essendo stata in grado di far ripartire la crescita, è riuscita a mantenere sotto controllo gli andamenti di disoccupazione e inflazione, i paesi dell'Europa hanno fatto pochi progressi anche da questo punto di vista.

Eppure, i dati raccolti dal Fondo Monetario Internazionale indicano che non si tratta solo di una vendita funzionale al rafforzamento della moneta nazionale, ma di una progressiva sostituzione. E visto che la necessità di diversificare le riserve per sentirsi più tutelati resta, gli euro non vengono scambiati con i dollari, la cui quota in genere già si avvicna al 60%, ma con "nuove monete di riferimento". Come sterlina, dollaro australiano e canadese.

Tuttavia, se questa è stata la strategia seguita da India, Indonesia, Corea del Sud e Filippine, gli altri Brics, Arabia Saudita e Messico hanno preferito limitarsi ad aumentare la quota di riserve in dollari. E per colpa di tutte questi cambiamenti, solo nel mese di maggio l'euro ha perso il 7% del suo valore rispetto al dollaro. La variazione negativa mensile più forte da settembre a oggi. Avvenuta, non a caso, nel periodo in cui le banche centrali degli emergenti hanno venduto enormi quantità di euro, seguite a ruota dai responsabili di fondi di investimento e dagli operatori istituzionali.

Gli analisti di Citibank hanno espresso la propria preoccupazione per un possibile consolidamento di quella che giudicano una "pericolosissima abitudine" negli istituti di credito di tutto il mondo. Convinti che, se così sarà, diventerà sempre più difficile recuperare la fiducia e l'ottimismo necessari per invertire questo trend.

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