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Economia

Fonsai, perché Mediobanca si è esposta così tanto con Ligresti?

Il problema è che la banca guidata da Alberto Nagel è fondata sul conflitto di interessi. E prima di sostituire l'Ad sarà necessario rivedere le strategie complessive

Alberto Nagel (Roberto Monaldo / LaPresse)

"Dopodomani? Secondo me, non succederà nulla di concreto. Non è il momento, non è la sede. E direi che il problema non è l’uomo: il problema sono le strategie. Prima le si ridefinisce, poi si cerca l’uomo giusto per gestirle": più chiaro di così l’anonimo banchiere, tra quelli che influiscono sulle vicende di Mediobanca, non avrebbe potuto essere.

Domani, 5 settembre, l’amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel ha convocato un consiglio d’amministrazione per riferire direttamente ai suoi consiglieri e quindi ai soci sullo spinosissimo autogol della lettera firmata a Salvatore Ligresti per convicerlo ad accettare l’operazione Fonsai accogliendo in cambio una lunga serie di richieste cervellotiche del vecchio ingegnere.

Una brutta storia, brutta nel merito ma soprattutto – tanto più per Mediobanca, che ha dalla sua una storia pluridecennale di riservatezza spesso sfociata nell’opacità – perché è stata rappresentata in pubblico, e i soci e consiglieri di Mediobanca hanno dovuto leggersela sui giornali. Ma non è costume della casa risolvere simili vicende per le spiccie, in un consiglio d’amministrazione, magari licenziando il presunto responsabile unico del pateracchio.
Anche perché licenziare Nagel per promuovere al suo posto un altro manager del vivaio, un gruppo di giovani lungodegenti che tradizionalmente entravano in Mediobanca il giorno dopo la laurea e vi rimanevano fino alla pensione, avrebbe un senso relativo:  l’attuale direttore generale Francesco Saverio Vinci sarebbe il candidato più giusto ma insieme più omogeneo all’attuale capoazienda…

No, la verità è che i soci di Mediobanca sono in cuor loro contentoni che l’affare Fonsai sia finito com’è finito: Nagel ha agito indubbiamente nell’interesse della sua azienda, per proteggerne al meglio i crediti verso il gruppo Ligresti. Che poi l’abbia fatto con un eccesso di zelo o di sicurezza, che abbia commesso la leggerezza di lasciare traccia di una trattativa che sarebbe stato opportuno non aprire o almeno non condurre fino a quel punto, è un altro paio di maniche.

Ma la domanda vera è un’altra: di chi è la colpa se Mediobanca è arrivata a esporsi così tanto verso un cliente così decotto come Ligresti?
Perché sette anni fa Maranghi scrisse a Ligresti per intimargli di cambiare stile gestionale ottenendone in cambio la “fucilazione” in consiglio d’amministrazione e, nonostante questo temibile precedente, i suoi successori hanno continuato a finanziarlo? Senza riuscire a disimpegnarsi prima?

Ma per l’appunto queste domande non possono limitarsi ad una risposta tattica: “Nagel ha sbagliato, cambiamolo”. Perché in fondo Nagel ha sbagliato per zelo, ma ha fatto quel che deve fare il capo di un’azienda nell’interesse della sua azienda. In fondo non è colpa sua se poi l’azienda in questione è costruita sul conflitto d’interessi, se cioè a ogni pie’ sospinto si trova ad essere, contemporaneamente, azionista determinante, creditrice primaria, fornitrice e spesso partecipata degli stessi soggetti, dei quali quindi si considera – e si comporta conseguenzialmente - la vera proprietaria senza però esserlo, né nei poteri autentici di governance né nelle responsabilità.

E se il caso Fonsai, attraverso la fusione con Unipol, sembra vicino a una soluzione – anti-mercato quanti si vuole, eppure efficace dal punto di vita delle banche creditrici – troppi altri fronti vanno male, almeno altrettanto: la Rcs è un un problema se non altro finanziario, la partecipazione in Telecom meglio non parlarne e alla fin fine il valore di Mediobanca sul mercato borsistico equivale per tre quarti a quello della sola sua partecipazione nelle Generali. Come se tutto il resto non valesse niente. Altro che cambiare un amministratore delegato…

Per Nagel insomma una vigilia di tensione, certo, ma probabilmente non un benservito, o non ancora. Prima di darglielo, bisogna che i suoi azionisti si mettano d’accordo sulle strategie della Mediobanca del futuro, al di là dei generosi tentativi di Kompasso o di Chebanca, anch’essi leggibili almeno in due luci opposte. E si sa che la specialità di Mediobanca fino ad oggi è stata il passato, non certo il futuro.

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