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Economia

Fiat, non solo Pomigliano o Mirafiori. I 200mila posti di lavoro che dipendono dalle scelte di Marchionne

Dai concessionari alle aziende che producono componenti per auto. Ecco come la crisi del Lingotto incide sull'occupazione, anche al di fuori degli stabilimenti

La protesta di alcuni operai dell'indotto Fiat a Termini Imerese (Credits: Franco Lannino/Ansa)

Lear, Saturno, AlfaPlast, Johnson Control,  Plastic Components o Ergom. Sono sono soltanto alcuni dei nomi, ben poco conosciuti al grande pubblico, di aziende dell'indotto Fiat: i produttori di componenti per auto che, da Torino a Pomigliano d'Arco, sino a Melfi e Cassino, sono finiti in crisi per il mancato decollo del progetto Fabbrica Italia , il piano industriale che nel 2010 doveva rilanciare la casa automobilistica del Lingotto.

LA PREOCCUPAZIONE NEGLI STABILIMENTI FIAT

Adesso, visto che Fabbrica Italia è diventato ormai lettera morta, il destino di migliaia di operai e impiegati rimane appeso alle decisioni di Sergio Marchionne. L'amministratore delegato di Fiat ha detto di voler continuare a produrre nel nostro paese, senza tuttavia specificare ancora bene quali investimenti farà e quanti soldi è disposto a mettere sul piatto. Intanto, però, molte aziende hanno già chiuso i battenti o messo migliaia di lavoratori  in mobilità e in cassa integrazione, senza una reale prospettiva per il futuro.

LA “BEFFA” DI SERGIO MARCHIONNE

IL PESO DEL LINGOTTO.

Lo sanno bene i dirigenti dell'Anfia (l'Associazione nazionale filiera industria automobilistica) che, assieme a Step Ricerche e alle Camere di Commercio di Torino e Chieti, hanno creato da tempo un Osservatorio Nazionale su un settore produttivo di importanza strategica per  l'economia italiana. Si tratta appunto dell'industria dei componenti per auto che, in tutta la Penisola, dà lavoro a quasi 180mila persone e fattura ogni anno oltre 40 miliardi di euro, quasi il 3% del Pil nazionale (dati aggiornati al 2011).

Purtroppo, circa il 40% del giro d'affari del settore (il 50% in Piemonte) è generato dalle commesse della Fiat. Si tratta di una percentuale molto più bassa di quella degli anni '80 e '90 (quand'era  all'80% circa), poiché molte imprese si sono emancipate dalla dipendenza dal Lingotto e hanno iniziato a esportare i prodotti, quasi sempre di alta qualità, un po' in tutto il mondo. Sta di fatto, però, che un abbandono dell'Italia da parte di Marchionne rappresenterebbe comunque un mezzo disastro: fatte le debite proporzioni, in questo settore vi sarebbe infatti la perdita di almeno 15 o 16 miliardi di fatturato, con  il rischio di vedere 60 o 70mila posti di lavoro andare in fumo. “Non è pensabile che nel nostro Paese possa esistere  una importante industria della componentistica, in assenza di un grande costruttore nazionale come Fiat”, ha detto in sostanza Mauro Ferrari, presidente di Anfia, dopo la presentazione dell'ultimo Osservatorio dell'associazione.

PIU' DI 200MILA OCCUPATI A RISCHIO.

A ben guardare, i posti di lavoro in pericolo con la crisi della Fiat sono molti di più, almeno secondo Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto, l'associazione di categoria che riunisce i concessionari di motovetture di tutti i marchi. Il mercato dell'auto, ha sottolineato di recente Pavan Bernacchi, rappresenta nel complesso oltre l'11% del Pil nazionale e, tra i concessionari di vendita, la produzione vera e propria e l'indotto, garantisce un'occupazione a ben 1 milione e 200 mila lavoratori, di cui il 40% operano nei settori delle vendite e dell'assistenza. Adesso, con l'aria che tira in casa Fiat e nell'industria automobilistica nazionale ed europea, secondo Pavan Bernacchi ci sono circa 220mila posti a rischio. E' dunque ben chiaro come i problemi del Lingotto non riguardino soltanto i 25mila lavoratori degli stabilimenti di Mirafiori, Pomigliano, Cassino o Melfi.

COSA RISCHIANO ADESSO I DIPENDENTI FIAT

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