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Economia

Fiat, Marchionne e gli Agnelli di troppo

La de-italianizzazione del gruppo è ormai verità. A questo punto ha sempre meno senso avere una famiglia azionista alla guida. Che delega tutto. E resta in silenzio

Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo Fiat-Chrysler (Credits: ANSA/DI MARCO)

“Gli Agnelli tornino a fare quello che hanno sempre saputo fare meglio: sciare, veleggiare e giocare a golf": solo una battuta al vetriolo o qualcosa in più? Nello “tsunami” di commenti sollevati dall’attacco di Diego Della Valle a John Elkann, inizia a profilarsi una “scuola di pensiero”. Che cioè, nella “de-italianizzazione” in corso del gruppo Fiat-Chrysler, non ha più senso avere una famiglia azionista a capo del gruppo , come accade invece quando la famiglia stessa esprime una guida forte sulla gestione dell’azienda…

È facile, allora, aprire scenari per certi versi affascinanti e per altri inquietanti. Il “cuore” del business del gruppo è ormai stato trasferito negli Stati Uniti e lo sarebbe presto anche la sede legale, se un articoletto del codice civile italiano non prevedesse, in questo caso, il diritto di recesso a favore degli azionisti di minoranza della società trasferita. Che, se esercitato, costerebbe alla società un pacco di soldi. Ma alla luce di queste verità oggettive, che senso ha che la famiglia Agnelli resti sopra il 30% del capitale? Che senso ha che la multinazionale Fiat-Chrysler resti controllata da una famiglia che di italiano ha la storia ma è guidata da un giovane cosmopolita che pensa in francese e parla meglio l’inglese dell’italiano? E infine: che senso ha un azionariato così personalizzato quando c’è un manager così totipotente e autoreferenziale?

A queste domande naturalmente oggi non c’è risposta, ma più d’uno sottolinea che la Fiat – per merito di Marchionne  caratterizzata da una situazione patrimoniale in buon equilibrio – ha molta cassa, nel totale del gruppo circa 20 miliardi di euro. Tanta da poter sostenere qualche operazione di finanza straordinaria, magari attrattiva per qualche grande fondo d’investimento anglosassone, di quelli che più apprezzano il liberismo dinamico del manager col pulloverino.

Oltretutto, per gli Agnelli, mantenere tanto capitale investito in un unico settore manifatturiero anziché diversificarlo per caratteristiche di ciclo e di tecnologia è chiaramente un errore gestionale, se lo valuta con l’occhio del bravo amministratore di patrimoni. E se invece si stesse parlando dell’investimento industriale di un imprenditore, l’atteggiamento di John Elkann rispetto all’azienda dovrebbe essere molto meno delegante di quello che ha osservato finora nei confronti di Marchionne.

Sta di fatto che, implacabili come uno stillicidio, anche ieri i dati delle immatricolazioni d’auto in Europa hanno sancito l’arretramento della Fiat sul mercato: nel mese di agosto Fiat Group Automobiles ha immatricolato in Europa (Ue a 27 più Paesi Efta) 37.687 auto, in calo del 17,7% rispetto ad agosto 2011. Nei primi otto mesi del 2012 il calo è stato del 16,6% sul 2011. Nei sette mesi le immatricolazioni sono state 519.403, in flessione del 16,5% rispetto ad un anno fa. Nei primi otto mesi dell'anno la quota di mercato in Europa del Lingotto si è fermata al 6,5%, contro il 7,3% di un anno fa, mentre nei sette mesi è scesa al 6,6%, contro il 7,4% dello stesso periodo del 2011.

Perdere quota significa fare peggio del mercato, il che capita quando non si è competitivi: per la qualità della gamma dei modelli, dicono i detrattori; per il “dumping” sui prezzi che starebbero facendo i tedeschi della Volkswagen e i francesi della Peugeot, denuncia Marchionne . Ma poi dice che l’Italia costa al gruppo 700 milioni di perdite, quindi anche lui le auto che vende le vende…sottocosto.

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