Economia

Perché la Fed lascia i tassi di interesse invariati

La banca centrale americana resta allineata alla Bce, alla Banca di Giappone e del Regno Unito. Ma durerà poco: fino a ottobre

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Il presidente della Fed, Janet Yellen – Credits: BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images

Alla fine ha prevalso la linea dell'attendismo e della prudenza. La Federal Reserve statunitense guidata da Janet Yellen ha ancora una volta optato per un rinvio del "lift off", il rialzo dei tassi di interesse: non ha premuto il grilletto sull'aumento dei tassi. Ma ha detto chiaramente di aver tolto la sicura e che il colpo è in canna, pronto a essere esploso gia' ad ottobre.

Per ora la banca centrale statunitense resta allineata alle strategie espansive delle altre maggiori banche centrali, dalla Bce alla Bank of Japan e Bank of England. Ma tutto viene rinviato di un solo mese, non fino a dicembre come alcuni immaginavano. "Ottobre resta una possibilità per un aumento dei tassi di interesse - ha preannunciato Yellen - la conferenza stampa dopo la riunione non è in programma ma puo' essere convocata".

La decisione di oggi non è stata unanime: a votare contro il congelamento dei tassi è stato il presidente della Fed di Richmond, Jeffrey Lacker, che spingeva per un aumento di 0,25 punti base. E questo fa capire quanto i banchieri centrali americani temano le ripercussioni di una stretta monetaria prematura, ripetendo gravi errori compiuti in passato, anche se è chiaro che prima o poi bisognerà avviare la correzione e scongiurare il rischio di nuove bolle speculative.

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Dopo nove anni di immobilismo con un costo del denaro pressochè a zero, il segnale dell'inversione di rotta che segni l'inizio del graduale ritiro delle misure iper-espansive non sarà procrastinabile all'infinito. Ne sarebbe convinta la maggior parte dei membri della Fed che - ha spiegato Yellen in conferenza stampa - "continua a ritenere che un primo aumento dei tassi di interesse ci sarà quest'anno".

Il timing della svolta e la prospettiva di una stretta gia' oggi ha tenuto il mondo con il fiato sospeso, tanto che la stessa Yellen ha esortato a non "esagerare" l'importanza del primo rialzo dei tassi. Ma la scelta di non muoversi, dà la percezione di quanto la Fed sia consapevole di navigare in acque pericolose: l'incognita Cina e la minaccia della frenata dei Paesi Emergenti rappresentano un nuovo fronte di rischio proprio mentre si inizia a riemergere dalla Grande Recessione.

Posto che negli Usa lo spettro di un surriscaldamento dell'inflazione resta remoto e giustifica quindi il rinvio di un aumento del costo del denaro, la Fed rimarca il rischio che "l'economia globale e gli eventi finanziari potrebbero frenare l'economia". Un rialzo dei tassi finirebbe con l'ostacolare, se non soffocare, la ripresa a stelle e strisce: il primo impatto della stretta monetaria si traduce in un rialzo delle quotazioni del dollaro mettendo in pericolo le esportazioni Usa e l'occupazione.

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E soprattutto, nell'era della tempesta cinese e della svalutazione dello yuan la Fed non puo' tralasciare il fatto che un rafforzamento del biglietto verde rischia di calamitare verso l'area del dollaro capitali provenienti dai Paesi Emergenti innescando pericolose turbolenze sui mercati finanziari. Se si considera che nel frattempo le altre maggiori banche centrali, Bce, Bank of Japan e Bank of England, continuano e con tutta probabilità continueranno a portare avanti politiche ultra accomodanti, la Fed ha il difficile compito di dover inaugurare il processo di 'normalizzazione' senza scatenare una correzione disordinata.

Ma il cosiddetto controllo del rischio è materia più che scivolosa: gli equilibri sono così fragili che il numero uno della Fed dovrà trovare la via meno dolorosa per allontanare lo spettro di una ennesima bolla speculativa alimentata da quasi un decennio di denaro facile. Brucia il ricordo del grande errore commesso da Alan Greenspan, ritenuto responsabile - con la lunga era della festa del credito - di aver gonfiato a meta' degli anni Novanta la bolla della New Economy, scoppiata poi all'inizio del Duemila, e successivamente quella immobiliare con il tracollo dei famigerati mutui subprime nel 2007 e il crack di Lehman Brothers a settembre 2008. Un lungo capitolo di emergenze complicato poi dalla crisi del debito europeo e ora dal rischio Cina e dalla frenata degli Emergenti.

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