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Renzi e il fiscal compact, spiegato bene

La battaglia dell’ex-premier contro i vincoli di bilancio europei. Perché il leader Pd vuole cambiare i trattati

“Bisogna rendersi conto che di Fiscal Compact e di austerity l'Europa muore”. Parola del leader del Pd  ed ex- presidente del consiglio, Matteo Renzi, che nei giorni scorsi (e anche nel suo libro di prossima uscita) ha puntato il dito contro le regole di Bruxelles, colpevoli di obbligare l’Italia a tenere strette le maglie del bilancio pubblico e a non spendere troppo, neppure per fare investimenti e sostenere la crescita.

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Ma perché Renzi ce l’ha tanto con il Fiscal Compact? Alla base della sua battaglia ci sono diverse ragioni. Alcune probabilmente di tipo elettorale, visto che le posizioni anti-europee sono un cavallo di battaglia (forse vincente) anche dei principali avversari politici di Renzi, cioè della Lega di Matteo Salvini e del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.


Cos’è il fiscal compact

Aldilà della polemica politica spicciola, però, Renzi ha scelto come bersaglio il Fiscal Compact perché è già stato preso di mira anche da alcuni economisti, che lo considerano un ostacolo per l’Italia sulla strada del ritorno a una crescita sostenuta. Il Fiscal Compact è infatti un trattato europeo firmato nel 2012 tra i paesi dell’Eurozona, quando la Grecia era sull’orlo del fallimento e l’intera Unione Monetaria Europea rischiava di dissolversi da un momento all’altro.



In cambio degli aiuti finanziari concessi ai paesi in difficoltà, in particolare a quelli del Sud Europa come il Portogallo e la stessa Repubblica Ellenica, le nazioni del nord (Germania in testa) chiesero in cambio la sottoscrizione di  un patto (il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance, meglio noto come Fiscal Compact) che obbligava i governi  più indebitati a mettersi in riga, seppur nell’arco di di ben 20 anni.


Il rapporto debito/pil

Nello specifico, il Fiscal Compact impone ai paesi firmatari di adottare misure permanenti e vincolanti  per ottenere il pareggio di bilancio, cioè l’equilibrio tra le spese e le entrate dello Stato. Nel caso dell’Italia, per esempio, il pareggio di bilancio è stato inserito addirittura in una norma della Costituzione. Ma a far discutere è soprattutto un’altra regola del Fiscal  Compact, quella che impone ai paesi membri dell’Eurozona di riportare alla soglia del 60%, nell'arco di 20 anni, il rapporto tra il proprio debito pubblico e il  pil (prodotto interno lordo).

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Si tratta di un obiettivo ambizioso, che in Europa significa molta austerità soprattutto per un paese come l’Italia che oggi ha un debito pubblico altissimo, pari a oltre  il 130% del pil, secondo per dimensioni soltanto a quello della Grecia (che supera il 170%). Dunque, in base alle prescrizioni del Fiscal Compact, il nostro paese si troverà costretto a ridurre il proprio indebitamento di una quota di oltre il 3% del pil ogni anno.

Il no di Bruxelles

Come potrà riuscirci? E’ proprio attorno a questo interrogativo che ruotano le polemiche di questi giorni. Per ridurre il rapporto debito/pil, si può in teoria percorrere due strade: si può agire sul numeratore, cercando di abbattere il più possibile il deficit e il debito nella speranza che intanto salga il denominatore, cioè il prodotto interno lordo. Non va dimenticato, infatti, che le regole del Fiscal Compact prendono in considerazione il valore del pil nominale, su cui influisce anche l’inflazione. Se per esempio ci fosse una crescita economica reale del 2% annuo e un’inflazione del 2%, il valore nominale del pil salirebbe di circa il 4% ogni 12 mesi. In tal caso, basterebbe tenere il deficit annuo sotto l’1% del pil, per veder scendere il rapporto tra debito e prodotto interno lordo di circa 3 punti percentuali.

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Secondo Renzi e secondo alcuni economisti di scuola keynesiana, però, è difficile che il pil italiano torni a crescere sopra il 2% all’anno, se si continua a fare politiche di austerity e si persegue il pareggio di bilancio. Meglio sarebbe, invece, far salire un po’ il deficit, (Renzi vorrebbe portarlo al 2,9% del pil per 5 anni) abbassando le tasse o innalzando la  spesa pubblica per finanziare gli investimenti. Che sia giusta o meno la posizione dell’ex-premier, una cosa però è certa: per adesso l’Europa non sembra disposta neppure a discutere questa proposta. "Portare il deficit al 2.9% del pil sarebbe fuori dalle regole di bilancio”,  ha detto Jeroen Dijsselbloem presidente dell'Eurogruppo, che ha ricordato un particolare tutt’altro che trascurbile: “ tali decisioni non possono essere prese in autonomia da un singolo  paese dell’Eurozona”. Quando si tratta di bilanci pubblici, insomma, a dettare le regole è ancora e sempre Bruxelles.

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