Euro

Perché l'euro forte spaventa ancora

La Bce ancora non ha annunciato (e forse deciso) quando finirà il QE: Draghi teme di non centrare l'obiettivo sull'inflazione e di frenare la crescita

Mario Draghi Commissione sugli Affari monetari ed economici del Parlamento europeo

Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea durante l'audizione alla Commissione sugli Affari monetari ed economici del Parlamento europeo, Bruxelles, 6 febbraio 2017 – Credits: EPA/STEPHANIE LECOCQ

Non sarà facile per Mario Draghi mantenere la rotta nei prossimi mesi. Da una parte, il presidente della Bce dovrà fornire i dettagli dello stop agli acquisti di titoli sul mercato, il quantitative easing che ha permesso dal 2012 a oggi di comprare 2 mila miliardi di euro di obbligazioni governative europee, tra cui i Btp italiani, per evitare un nuovo 2011.

Dall’altra, Draghi teme che il cambio di direzione alla politica monetaria possa contribuire a rafforzare ulteriormente l’euro, una dinamica che Francoforte cerca di evitare perché rischierebbe aumentare le pressioni ribassiste sull’inflazione.

Da inizio dell’anno la divisa comune si è rafforzato nei confronti del dollaro (+14 per cento) e in questi giorni viaggia attorno a 1,20. È un livello di poco superiore a quello di un anno fa, ma che comunque ha costretto l'Eurotower di recente a rivedere al ribasso il target di inflazione per il 2019 all'1,5 dal 2 per cento che si era posto Draghi quando aveva avviato la politica accomodante.

La divisa comune ora piace agli investitori

Del resto l'euro, superato lo scoglio delle elezioni francesi vinte dall’europeista Macron, è ora percepito dagli investitori come una valuta più stabile e sicura. Ecco perché il presidente della Bce continua a mantenere un atteggiamento prudente: vuole evitare scossoni sui mercati. Così dall’ultimo consiglio direttivo, come in molti si aspettavano, non sono emerse particolari novità.

Draghi ha deciso di mantenere i tassi invariati nell’ultima riunione e, soprattutto, non ha dato alcun dettaglio sul futuro del programma di quantitative easing, che terminerà a fine dicembre. Bisognerà aspettare la prossima riunione a ottobre, ha detto il banchiere centrale, per conoscere in che modo Francoforte intenderà procedere: è un mese in più per Francoforte, giusto il tempo di capire l’esito delle elezioni in Germania.

Cosa pensano gli esperti

"È probabile che su questo rinvio abbiano influito implicitamente le prossime elezioni tedesche e il recente rafforzamento dell'euro e che la Bce voglia prendere decisioni solo quando il quadro rispetto a questi due temi sia più chiaro" spiega Maria Paola Toschi, market strategist di JP Morgan Asset Management.

Ma agli investitori non interessa solo la futura politica monetaria della Bce: dall'ultima conferenza stampa si aspettavano qualche parola in più sull'impatto del recente apprezzamento dell’euro sull'export dell'Eurozona.

Perché tutta questa cautela? "È evidente che la forza dell'euro potrebbe rappresentare una spina nel fianco per l'Eurozona e per gli eventuali piani di tapering (riduzione degli acquisti di titoli sul mercato, ndr) della Bce, anche se ridurre la forza dell’euro non rientra tra gli obiettivi diretti di Francoforte" sottolinea Marco Palacino, responsabile per l’Italia di BNY Mellon Investment Management.

Di mezzo, poi, c'è anche il dollaro più debole: tiene in piedi l'America, "ma sta costringendo il resto del mondo ad adottare politiche di normalizzazione monetaria ancora più prudenti di quanto si era pensato" scrive Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners, nella sua ultima newsletter agli investitori. Lo confermerebbero, prosegue l'esperto milanese, le ultime parole di Draghi che "ha lasciato intravvedere un tapering molto morbido (e ancora più morbido se l’euro dovesse rafforzarsi ancora)".

Il rialzo dei tassi rimandato al 2019

In ogni caso, i tentativi di Draghi di non parlare del recente andamento rialzista dell’euro, assieme all'accenno alla definizione dei dettagli del tapering, hanno avuto l'unico effetto di spingere il cambio con il dollaro ancora più in su: dopo la conferenza stampa di giovedì 7 settembre si è portato oltre 1,20.

Quanto alla politica monetaria, quasi tutti gli analisti fanno notare che la preoccupazione della Banca Centrale è quella di non interrompere il sentiero di crescita e molto probabilmente, considerati i toni ancora accomodanti dell'ultimo comunicato dell’Eurotower, i tassi di interesse saranno ritoccati al rialzo solo nel 2019, considerata anche la fiducia data alle dinamiche del credito.  

Proprio a ridosso della scadenza del mandato di Draghi (fra due anni, a ottobre 2019), il quale però, a detta degli analisti più maliziosi della City, potrebbe addirittura decidere di candidarsi alla guida dell’Italia. Staremo a vedere.

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