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Perché il lavoro temporaneo aiuta la disoccupazione in Europa

Sta funzionando in Germania e Francia. In Italia, invece, per ora molte parole ma pochi fatti - I numeri (tristi) di maggio

Una manifestazione di dipendenti della Coca Cola in Spagna, prossimi al licenziamento – Credits: DANI POZO/AFP/Getty Images

Sono tanti, sono piccoli e sono sopravvalutati. Si tratta dei "mini job", lavori temporanei, ovvero l'arma con cui l'eurozona sta cercando di uscire dalla peggiore crisi della sua storia. A poco sono serviti i programmi promossi dal Consiglio Ue negli ultimi due anni. Le tante promesse, in diversi casi, sono state disattese. Il piano europeo per il lavoro è un progetto che solo sulla carta era positivo e il rimbalzo dell’occupazione, spiegano gli analisti, è merito solo della nuova vivacità dell’attività economica. Niente a che vedere quindi con una situazione sostenibile nel lungo periodo.

Cercare di fronteggiare un'emergenza come quella della disoccupazione, per l'eurozona, non è mai stato così difficile. La debolezza della domanda domestica, la svalutazione interna, la persistente restrizione del credito e gli squilibri macroeconomici non fanno altro che alimentare un circolo vizioso che per ora non ha fatto altro che prolungare l’agonia dell’area euro. Gli annunci, come quello del Consiglio Ue nel giugno 2012, hanno placato l’insoddisfazione degli investitori internazionali, e dato un po’ di tempo ai governi. Ma non hanno avuto una ripercussione duratura sull’occupazione generale.

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In Germania c'è la situazione migliore. In maggio il tasso di disoccupazione è stato del 5,1%, meno della metà di quello dell'euro area, registrato a quota 11,6 per cento. Il merito, nonostante la cancelleria di Angela Merkel ribadisca che è tutto merito della risalita della domanda interna, è in larga parte imputabile ai mini job in questione. Per la precisione, secondo i dati del Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo internazionale (OCSE), il numero di impieghi temporanei pagati circa 400 euro al mese è salito costantemente. Nel marzo di quest'anno sono stati circa 7,6 milioni. In pratica, un quinto dei lavoratori tedeschi.

Bisogna però fare delle distinzioni. I mini job non sono per forza un male, almeno in Germania. Infatti, come ha ricordato Deutsche Bank in una nota di fine 2013, il mini job può essere ripetuto liberamente e garantisce una maggiore flessibilità, sia in entrata sia in uscita. "Stanno aiutando molti giovani, e il loro impatto sull’economia tedesca è notevole", ha spiegato Deutsche Bank. Anche il tasso di assunzione è positivo: "Nel 24% dei casi, il lavoratore viene assunto con contratti almeno biennali entro 3 mesi dalla fine del mini job".

Così come accade in Germania, anche in Francia la situazione occupazionale si è stabilizzata grazie a questo genere di lavori. Un anno fa il primo ministro François Hollande ha lanciato un programma per permettere ai giovani, fino ai 25 anni, di entrare nel mondo del lavoro tramite una corsia preferenziale, quella pubblica. Aiuto nelle scuole, sanità, l'intero settore dei servizi non commerciali: in questi tre universi è stato trovato uno spazio operativo per l’incentivazione del lavoro giovanile. L’obiettivo del governo Hollande è quello di creare circa 100mila posti di lavoro nell’arco del prossimo triennio. Per ora, secondo le stime del Crédit Agricole, tramite questo metodo ne sono stati creati circa 25mila. Meno delle previsioni, quindi.

Analoga la situazione nei Paesi in cui è stato avviato un programma di sostegno. La troika composta da Fondo Monetario Internazionale (FMI), Banca Centrale Europea (BCE) e Commissione Ue aveva raccomandato l’implementazione di riforme strutturali, come quella del mercato del lavoro e quella relativa alla previdenza sociale. In Spagna, così come in Irlanda, Portogallo e Grecia, le riforme sono arrivate e il tasso di disoccupazione ha cominciato a calare. In questo caso, proprio come in Germania e in Francia, il miglioramento dell’occupazione è avvenuto in gran parte grazie ai lavori temporanei, tramite programmi specifici. Ma non solo.

Come ha spiegato la banca elvetica UBS, il rimbalzo occupazionale nella zona euro non è avvenuto per merito delle politiche dei governi, bensì per la tiepida ripresa della domanda esterna. “La crescita dei posti di lavoro si è verificata, almeno nell’ultimo anno, soprattutto su settori ad alto tasso di internazionalizzazione”, nota UBS. Altro che diretto effetto di misure specifiche.

E infine troviamo l’Italia, cioè uno dei pochi Paesi della zona euro in cui la disoccupazione continua a crescere, insieme con Belgio, Finlandia e Olanda. Le parole sono state molte, ma i fatti pochi. Attualmente le agevolazioni per l’ingresso dei giovani e per il rientro dei disoccupati nel mondo del lavoro sono state poche, disomogenee e quasi inconcludenti. Come ha ricordato il FMI nell’ultimo rapporto sull’Italia, occorre che il governo metta in cantiere una riforma del mercato del lavoro capace di garantire più flessibilità in entrata e in uscita, in modo da favorire entrambe le fattispecie. Finora, purtroppo, ciò che si è visto non va in questa direzione.

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