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Economia

Decreto sviluppo, aspettiamo a brindare

Il provvedimento del governo deve ancora attraversare la foresta parlamentare in un momento difficile. E non basta dire pubblica amministrazione digitale per averla. E poi che cosa accadrà dopo le elezioni?

Il ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)

Per essere un apertivo, a voler riprendere l’immagine del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, è abbondante e promettente. Un happy hour il Decreto sviluppo bis approvato dal governo giovedì 4 ottobre, di quelli in cui si mangia e si beve ma disordinatamente, distratti dalla musica e dalla conversazione. L’impegno per la svolta digitale e la crescita c’è ma non sarà certamente tale da cambiare l’Italia, come ha annunciato con un eccesso di enfasi il presidente del Consiglio Mario Monti. Per almeno tre ragioni fondamentali.

Il decreto prende adesso la strada della discussione parlamentare e bisogna vedere come arriverà a destinazione. Ne riparleremo a fine anno, dopo aver capito chi guiderà quell'Agenzia Digitale che dovrebbe attuare, appunto, l'Agenda Digitale . Ci sono poi molte enunciazioni tutte da verificare, come la la digitalizzazione della pubblica amministrazione.

Avrà le risorse, la volontà e la capacità, l’apparato burocratico, di accogliere l’invito? E quanto tempo impiegherà? Ne riparleremo fra qualche anno.

C’è infine un fantasma che volteggia minaccioso su tutto il provvedimento: la discontinuità politica. Che cosa accadrà dopo la tornata elettorale della prossima primavera? Ne riparleremo fra nove mesi. Adesso ce ne abbastanza perché il “partito digitale” si iscriva tra i sostenitori del Monti bis, proprio per non perdere i vantaggi dell’avviamento e ripartire da zero.

Andando in particolare al capitolo dedicato alle start up c’è da dire che è stato fatto molto, vista la mancanza di risorse finanziarie. Non è ancora chiaro quanto dei 200 milioni previsti per i prossimi due anni siano incentivi fiscali e quanto nuovi investimenti. Non sembra comunque che entrino in circolo nuovi capitali, visto che è stato per il momento accantonato il Fondo dei fondi. Definito l’identikit della start up e attribuito ai professionisti (incubatori e investitori) un ruolo di certificatori, resta ancora incerto il possibile coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti.

Le intenzioni sono senz’altro buone. Bisognerà vedere come saranno messe in atto. Qualche semplificazione c’è, sia in fase di nascita dell’impresa, con alcuni risparmi amministrativi, sia in fase di eventuale liquidazione, con l’eliminazione del marchio di infamia del fallimento. Ma soprattutto si permette, se il decreto diventerà legge, una più flessibile gestione dei dipendenti, con contratti a tempo determinato e una più moderna gestione delle stock option. Visto che soldi non ce ne sono, viene poi aperta la porta al crowfunding, uno strumento che libera capitali privati senza pesare sul bilancio pubblico.

Sono i primi timidi passi, limitati a nuove imprese che hanno già dentro un investitore professionale. Traspare comunque la preoccupazione di restringere il campo, escludendo per esempio le piccole e medie imprese che, invece, negli Stati Uniti sono il principale obiettivo del provvedimento che entrerà in vigore da gennaio, dopo l’approvazione dei meccanismi di attuazione da parte della Sec.

Il rischio adesso è che parta la corsa alla start up di opportunità, con la caccia ai dottorati di ricerca e ai brevetti per rientrare nella tribù degli agevolati; che incubatori e acceleratori diventino supporto ma anche imbuto del mercato delle idee innovative; che alle semplificazioni corrispondano nuove complicazioni per ottenere il lasciapassare per le agevolazioni. Insomma, come i pass per i parcheggi riservati agli handicappati. Solo che qui finiremmo per disperdere una gran quantità idee e di opportunità di sviluppo. E non possiamo permettercelo.

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