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Economia

Crisi: la cultura anti-crescita frena l’Italia

Il problema dell’Italia non è il debito, ma la crescita. La ricetta di Roger Abravanel per uscire dal tunnel valorizza il libero mercato, la competizione, il merito e il rispetto delle regole

Un'immagine di inizio estate a Ostia: quest'anno, poche presenze sulle usualmente affollate spiagge laziali, segno del diffondersi della crisi (Mauro Scrobogna /LaPresse)

“La crisi dell’Italia non ha nulla a che vedere con la crisi mondiale”. Parola di Roger Abravanel, manager, editorialista e co-autore di un saggio sulla meritocrazia intitolato Italia, cresci o esci!” , in libreria da fine maggio. “Il problema da noi è la crescita, non il debito. Ma noi non cresciamo”. La colpa? “E’ una questione culturale”, risponde Abravanel che è anche presidente dell’Insead Council Italiano. “Più che di un cambio di politiche macro-economiche, abbiamo bisogno di un cambio di mentalità”.

A complicare le cose, ci pensa la storia: “Cinquant’anni fa, l’economia era industriale. Uno aveva le idee e gli altri eseguivano. Adesso, l’economia post-industriale si basa sulla valorizzazione del capitale umano. Quello che conta sono i servizi”. Ecco perchè il Made in Italy è finito: oggi produrre non conta più, conta creare, innovare. “Contano il talento e l’eccellenza, ma la nostra società sembra sempre meno in grado di averne”, osserva l’esperto.

Il talento, infatti, è figlio dello spirito di competizione. “Ma se non si dà riconoscimento al merito, anche lo spirito della competizione scompare”. Non è tutta colpa dell’Italia, ammette Abravanel: “Di talenti ne nascono sempre di meno, ma noi quei pochi che abbiamo non li sappiamo valorizzare, non li facciamo emergere”.  

L’inversione di tendenza è possibile, ma deve passare da un nuovo approccio alle cose: “Per esempio: si fa tanto parlare di evasione fiscale, ma cosa è l’evasione fiscale, in realtà? Se io faccio del nero, posso permettermi di fare prezzi più bassi dei miei concorrenti, danneggiando tutto il sistema”. Ecco perchè la meritocrazia, che significa competizione e regole, può nascere solo in un’economia fatta di imprese e individui che rispettano le regole.

La ripresa, per Abravanel, è un problema sociale: “Nella classifica dei Paesi più competitivi, occupiamo il 90° posto. Dobbiamo invertire la rotta sui nostri valori anti-crescita”. La ricetta dell’esperto punta a colmare il gap con i Paesi più meritocratici facendo leva su tre variabili: giustizia civile, crescita e scuola, per ripensare l’intera organizzazione in senso più produttivo.

Le previsioni sull’Europa, non a caso, ricalcano i confini “culturali” dei diversi mercati: “La Grecia è in una condizione peggiore della nostra, mentre la Spagna è messa meglio. Gli spagnoli, infatti, sono più bravi a rispettare le regole”. E se la Francia resta un punto di domanda, perchè è un Paese profondamente socialista che crede comunque nel libero mercato, non c’è dubbio sul nord Europa: “Regno Unito, Germania e Olanda hanno i numeri per farcela. Complice la cultura protestante, che non spinge sulla redistribuzione, ma sul rispetto delle regole”.

E l’Italia? “Ce la farà, se inizieremo a rispettare le regole, se daremo una chance al libero mercato, alla competizione, al merito. Solo così il Pil inizierà a crescere e lo spread si ridurrà, ma devono volerlo gli italiani che oggi sono maggioramente penalizzati da questo stato di cose”.

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